Investire nelle persone, per vincere le malattie croniche

«Ipertensione, diabete 1, 2 e gestazionale, anemia falciforme, epilessia, asma, epatite e malattie croniche renali sono tra le condizioni che trattiamo più frequentemente» spiega Mohamed Sannoh , il Community Health Officer (CHO) membro dello staff della clinica Pen Plus per le malattie croniche non trasmissibili (NCDs), situata nel distretto di Pujehun. In quest’area, i servizi sanitari dedicati alla gestione delle forme più gravi di NCDs risultano assenti, rendendo questa struttura un punto di riferimento essenziale per la popolazione locale.

Mr. Sannoh, insieme a due colleghi CHOs, un medico, un’infermiera e un’assistente sociale porta avanti le attività cliniche affiancandole a un lavoro di sensibilizzazione e formazione della comunità.

«Molti non sono a conoscenza dell’esistenza della clinica, per questo organizziamo discussioni mensili alla radio e incontri nei mercati, durante i quali spieghiamo i segni e i sintomi delle patologie che trattiamo. Ci rechiamo frequentemente anche nelle PHUs per coinvolgere direttamente le comunità e sensibilizzare gli abitanti. Per i pazienti sotto i 18 anni residenti nel distretto è previsto anche il rimborso delle spese di trasporto, così da facilitare l’accesso alle cure» racconta.

«Affinchè venga data sostenibilità al progetto, il personale governativo viene costantemente coinvolto e formato durante le supervisioni», aggiunge Sara Perelli.

Tuttavia la formazione, in particolare sulle NCDs, non si limita al solo distretto di Pujehun. Un altro progetto infatti, finanziato da Hilton Foundation, prevedono sessioni di training rivolte al personale sanitario di diverse strutture del Paese.  Nelle giornate del 24 e 25 aprile, Sara Perelli e Mohamed Sannoh si sono recati nella capitale Freetown per facilitare un corso destinato a 12 suore provenienti da stutture sanitarie locali. I temi trattati hanno incluso diabete, epilessia, anemia falciforme e complicanze legate alla gravidanza.

«Abbiamo molti pazienti con questi sintomi, ma a causa del divario di conoscenze non siamo in grado di diagnosticarli nè di gestirli adeguatamente. Grazie al training di oggi, ho acquisito alcune nozioni che applicherò nella pratica quotidiana e che condividerò con il resto dello staff” afferma l’ostetrica Abigail Sulaiman Jalloh dal centro clinico Dan Sullivan a Waterloo. “Voglio ringraziare il donatore e i facilitatori per averci insegnato in modo così efficace, soprattutto riguardo all’epilessia, una delle condizioni neurologiche più trascurate e meno considerate nel paese» aggiunge Sister Victoria, proveniente da Makeni.

«Un grande successo», come definisce l’iniziativa la dottoressa Sara Perelli, sia per l’ampia partecipazione, sia per gli ottimi risultati ottenuti dai partecipanti nei test finali.Investire nella formazione del personale locale non significa solo curare i pazienti di oggi, ma garantire che il diritto alla salute diventi una realtà sostenibile e duratura nel cuore di ogni comunità.

Questa non è una marmellata

Padova, 21 maggio 2026 – Quando la generosità incontra la fantasia si può arrivare molto lontano, anche in Africa. La generosità è quella di chi ha donato al Cuamm una buona marmellata, ma anche quella di chi si attiverà e metterà in gioco organizzando un banchetto solidale. Soprattutto, la solidarietà sarà quella di chi si recherà nel banchetto più vicino per prendere la marmellata.

Il 23 e 24 maggio e poi ancora dal 30 maggio al 2 giugno, Medici con l’Africa Cuamm propone, in oltre 110 punti di tutta Italia, tra piazze, quartieri, parrocchie, un’iniziativa per diffondere dolcezza e solidarietà in occasione dell’Africa Day.

Da Padova a Vicenza, da Trieste a Torino, passando per Brescia, Milano, Lecco, Biella… senza dimenticare Modena, Bologna, Siena e Firenze…cerca il punto di distribuzione più vicino a te. Perché ogni piccolo gesto può fare la differenza. Acquistando un vasetto di marmellata, si andrà infatti a sostenere la salute dei più fragili, le mamme e i bambini in Africa.

L’operazione è resa possibile grazie alla generosità di Menz&Gasser, azienda produttrice, che ha donato al Cuamm le marmellate “100 da frutta”, ai gusti di fragola e albicocca, e a chi sceglie di dedicare tempo ed energie per distribuire questo pizzico di bontà e aiuto. Un modo nuovo per ampliare il bene che possiamo donare. Più siamo, più grande sarà il gesto concreto di aiuto per la salute di mamme e bambini in Africa.

La cura dell’essenziale

«Come Jpo, ho lavorato nel reparto di chirurgia nell’ospedale di Aber, in Uganda, in una regione rurale a sei ore di macchina dalla capitale».

Comincia così il racconto di Federica Cucè, da gennaio nel paese africano insieme al Cuamm. Un’esperienza che cambia radicalmente il modo di percepire la propria professione e la responsabilità a cui si sente chiamati esercitandola.

«Lavorare in un ospedale all’ultimo miglio, in Africa, vuol dire fare tanto con poco. È sorprendente scoprire quanta forza, quanta competenza e dedizione ci siano anche dove le risorse mancano, dove gli strumenti sono diversi rispetto a quelli a cui siamo abituati. Qui ogni scelta, anche la più semplice, ha un grosso peso: operare un paziente o consigliargli un grande ospedale, chiedere un esame ma ritardare o rinunciare alla terapia perché il paziente non ha abbastanza denaro per entrambi… una settimana di dialisi, per esempio, costa quanto mesi di stipendio. Bisogna imparare a concentrarsi su ciò che è essenziale ed efficace nella cura».

Arrangiarsi, però, non vuol dire improvvisare, né tanto meno fare le cose superficialmente. Vuol dire che riscoprire la cura è prima di tutto relazione, che bisogna investire del tempo per instaurare un rapporto di più fiducia con il paziente:

«Qui ho avuto modo di imparare davvero a praticare la medicina. Il ragionamento clinico e l’esperienza diventano la parte principale. Si comprende presto che anche nei contesti più privilegiati come l’ospedale, pur avendo in teoria a disposizione tanti esami diagnostici, questi spesso non possono essere utilizzati. E dove la diagnosi non è una certezza, serve pensare, osservare, ascoltare e capire come usare meglio quello che si sa e che si ha a disposizione».

Un processo che funziona solo se si impara davvero a lavorare insieme, guardandosi gli uni con gli altri non solo come colleghi, ma come esseri umani che coltivano il sogno di costruire un futuro più giusto, dove il diritto alla cura non suoni come un’utopia lontana, ma una promessa concreta.

«L’ospedale all’ultimo miglio vuol dire anche vivere in comunità. Una ventina di medici e circa duecento tra infermieri, tecnici e altri lavoratori vivono intorno all’ospedale. Le giornate quindi si condividono, dentro e fuori dalle corsie: i pranzi, lo sport, le feste, le idee, le ambizioni».

Ora che l’esperienza di Federica si avvicina alla conclusione, il bilancio è quello di una professione, quella del medico, riscoperta in tutta la sua umanità. Lo spazio lasciato dalla carenza di risorse e dalla burocrazia più essenziale non è uno spazio vuoto: è un terreno fertile di crescita, incontro e determinazione. alimentato dalla complessità e dalle sfide quotidiane che in qualche modo riescono a far germogliare nuovi, a volte inaspettati, semi di guarigione:

«In questi contesti impari che ogni incontro di cura è un equilibrio fra la scienza, la comunità e la comprensione delle aspettative, degli obiettivi e delle priorità dei pazienti. Ed è forse proprio in questo equilibrio, fragile e potente insieme, che la medicina ritrova il suo significato più profondo».

Partire con l’Africa

Sono tantissimi, da tutta Italia. Sono oltre 380 i giovani specializzandi che dal 2002 sono partiti come Jpo (Junior Project Officer), per trascorrere un periodo di tirocinio in uno degli ospedali in cui opera il Cuamm, in Africa. Tante e diverse le motivazioni che li spingono, così come le specializzazioni.

Di seguito alcuni articoli che raccontano le loro storie pubblicati sulla stampa locale.

DAL NORD-EST

 

DAL NORD-OVEST

DAL CENTRO

A Ravenna, presentazione di “La casa dell’attesa”

Padova, 28 aprile 2026 – Uscito il 25 marzo 2025 in tutte le librerie d’Italia, l’ultimo libro di Fabio Geda, “La casa dell’attesa”, editori Laterza 2025 è un intenso reportage di viaggio in Angola, alla scoperta dell’intervento del Cuamm e non solo. Giovedì 30 aprile, alle ore 18, sarà presentato a Ravenna presso la Sala Severino Ragazzini Centro Dantesco dei Frati Minori Conventuali (Largo Firenze).

Un libro appassionante, che tiene incollato il lettore, pagina dopo pagina e lo accompagna a scoprire le diverse dimensioni dell’attesa, dello “stare”, di un tempo passato e presente, di un fermarsi per aspettare e sperare. Il tutto attraverso lo sguardo speciale dei medici e dei cooperanti del Cuamm che aiutano l’autore a conoscere un po’ di più questo paese e la sua gente. La presentazione accompagnerà il pubblico in un viaggio tra parole e immagini, per immergersi in un mondo che sembra lontano, ma che ha molto da dire a ciascuno di noi.

Dialogo tra:

  • Fabio Geda, scrittore
  • Antonia Di Battista, pediatra rientrata dal Mozambico

Modera:

Gianluca Dradi, referente del gruppo Cuamm Ravenna

Ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili.

Per informazioni: Giulia  – +39 348 3962569; g.papetti@cuamm.org

SCHEDA DEL LIBRO

Fabio Geda

La casa dell’attesa

Editori Laterza 2025

«A Chiulo vedrai, a Chiulo non c’è niente. Niente in che senso? Niente, hanno detto. Ma fai attenzione perché

potresti comunque trovare tutto. Tutto cosa? Ciò che stai cercando. E cosa sto cercando? Hanno sorriso.

Se ancora non lo sai, lo scoprirai arrivato a Chiulo».

Il nuovo e intenso reportage narrativo dell’autore di Nel mare ci sono i coccodrilli.

Al centro di questo libro c’è una immagine: la casa dell’attesa, quella accanto all’ospedale rurale di Chiulo. Siamo in Angola, sugli altopiani al confine con la Namibia, luogo in cui le donne della provincia vanno a vivere in comunità prima del parto per proteggere sé stesse e i loro figli dagli imprevisti dell’ultimo mese di gravidanza. Fabio Geda racconta il lavoro di un gruppo di medici italiani e le storie di donne e uomini angolani il cui destino è stato trasformato dall’incontro con quei medici e con l’organizzazione cui appartengono, Medici con l’Africa Cuamm. Ma non c’è solo la casa dell’attesa: ci sono le strade di Luanda, la capitale, abitata da oltre dieci milioni di persone, strade piene di giovani che attendono di rendere qualsiasi cosa. C’è la bellezza di un ambiente naturale mozzafiato, abitato da popolazioni che lottano con la siccità e la malnutrizione. C’è il ricordo dei ventisette anni di guerra civile. Ci sono figure straordinarie, a partire da quella di Agostinho Neto, medico, poeta e padre della patria. Alla fine della lettura, ecco che l’immagine dell’attesa diventa universale. Perché questo nostro pianeta assomiglia a una gigantesca casa dell’attesa – in portoghese: casa d’espera – dove a dare alla luce il futuro, o anche solo la giornata, fatichiamo tutti. Ma tutti continuiamo a sperare.

Fabio Geda è uno scrittore, autore del best seller Nel mare ci sono i coccodrilli (Baldini +

Castoldi 2010). Gli altri suoi romanzi, tra cui Anime scalze (2017), Una domenica (2019) e

La scomparsa delle farfalle (2023), sono pubblicati da Einaudi.

Annual Meeting 2025 – Padova

Tanti i media nazionali e locali che hanno raccontato e dato voce al Meeting del 22 novembre 2025 a Padova.

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