Ponti tra Monza e Tosamaganga: l’ostetricia oltre i confini

Cosa spinge due ostetriche con anni di esperienza in un grande ospedale lombardo a volare in Tanzania per un training di due settimane? Per Teresa Gramegna e Lucia Zagra, in forza all’Ospedale San Gerardo di Monza rispettivamente da 12 e 3 anni, la risposta sta in una borsa di studio dell’Università Milano-Bicocca e in un incontro speciale che ha cambiato la loro prospettiva professionale.

Un incontro nato a km di distanza

Tutto ha inizio tra le mura del San Gerardo, grazie a un progetto di scambio internazionale (Erasmus+) tra la Bicocca e la Ruaha University (RUCU) di Iringa. È qui che Teresa e Lucia conoscono Annajoyce, caposala del reparto di ginecologia dell’ospedale di Tosamaganga.

«Annajoyce è stata con noi due mesi in Italia, – raccontano le ostetriche. – È stata una presenza discreta ma attentissima. Ci ha colpito la sua cura per i dettagli, dalla precisione nel piegare le lenzuola all’osservazione clinica profonda, quasi istintiva, sulle donne e sul personale».

È stata proprio questa connessione umana a fare da ponte verso l’Africa, dove, come Medici con l’Africa Cuamm, da anni operiamo sul territorio con il programma “Prima le mamme e i bambini. Persone e Competenze”.

Il Training a Tosamaganga: imparare a insegnare

Arrivate in Tanzania, Teresa e Lucia si sono trovate immerse in una realtà dove la scarsità di risorse è compensata da una straordinaria capacità di adattamento e collaborazione. Il training, strutturato insieme al personale Cuamm e ad Annajoyce, non è stato una semplice lezione frontale, ma uno scambio dinamico.

«Abbiamo scoperto un sistema didattico diverso, molto più coinvolgente, fatto di momenti di energia e ripetizioni corali, – spiegano – Non c’era una gerarchia rigida: medici e ostetriche lavorano in una simbiosi totale, discutendo insieme ogni caso clinico della notte».

L’impatto con la sala parto è stato forte: spazi ridotti dove la tecnologia lascia il posto alla clinica pura. In una realtà dove una donna ha mediamente 3 o 4 figli, il lavoro si è concentrato sulla riduzione dei tagli cesarei e sul miglioramento della sorveglianza fetale, tema complesso a causa di limiti strumentali e differenze culturali.

Piccoli cambiamenti, grandi impatti

Il cuore del training si è concentrato su due pilastri fondamentali: il movimento libero in travaglio e la sorveglianza del benessere fetale.

Nonostante le difficoltà oggettive, il training ha portato frutti immediati. Grazie alla volontà del personale locale, sono stati introdotti piccoli ma significativi cambiamenti: un lenzuolo appeso per favorire il movimento libero in travaglio, uno sgabello da parto artigianale costruito da un falegname locale

«Abbiamo visto una voglia immensa di apprendere, – sottolinea Teresa. – Già dopo la prima settimana abbiamo notato miglioramenti nella sorveglianza del benessere fetale. Ci hanno insegnato che, anche con poco, si può fare moltissimo se c’è cooperazione».

Un ritorno arricchito

L’esperienza a Tosamaganga si è conclusa tra canti, balli e abbracci per la consegna dei certificati, ma il legame resta saldo. Per Lucia e Teresa, il bilancio è estremamente positivo. A livello clinico, portano a casa una maggiore capacità di osservazione e l’importanza di ritornare all’essenza del mestiere; a livello umano, una nuova sensibilità verso le mamme straniere che partoriscono in Italia: «Ora possiamo capire meglio le loro paure e il loro background».

Il consiglio per le colleghe? «Fatelo, ma fatelo insieme. Supportarsi a vicenda è fondamentale».

Il viaggio di Teresa e Lucia dimostra che la cooperazione internazionale, sostenuta da università e organizzazioni come il Cuamm, non è solo un passaggio di competenze tecniche, ma un arricchimento reciproco che rende più umano il momento più delicato della vita, la nascita.

La tenacia della cura

Quando Kevin arriva all’ospedale di Pujehun, nel sud della Sierra Leone, le sue condizioni sono gravissime. È un bambino, ed è malnutrito. Ma non solo.

«Quando abbiamo aperto il lenzuolo che lo avvolgeva — racconta Domitilla, infermiera in servizio civile con il Cuamm — ci siamo resi conto che aveva anche un prolasso rettale molto esteso. Era impressionante: sembrava davvero non ci fosse nulla da fare».

In contesti come questo, la cura non coincide mai soltanto con una diagnosi o con un trattamento disponibile. È, prima di tutto, una scelta: decidere che vale comunque la pena tentare, anche quando le risorse sono limitate e il tempo sembra non bastare. All’ospedale di Pujehun, infatti, Kevin non può essere operato.

«Quel giorno eravamo pieni di lavoro fino al collo. Sapevamo che lì non avremmo potuto curarlo, anche perché il fatto che fosse anche malnutrito complicava parecchio le cose. Se non lo avessimo trasferito sarebbe stato spacciato. Così ci siamo incollati al telefono».

Inizia una ricerca difficile, fatta di chiamate e rifiuti. Gli ospedali sono pieni, le possibilità poche. Eppure Domitilla e i suoi colleghi insistono, provano ancora, finché arriva la risposta che cercavano: a Freetown c’è un posto per lui. Parte e per mesi non si hanno notizie.

Poi, una mattina di dicembre, una donna entra in ospedale con un bambino. Stanno bene, non sembra ci sia bisogno di cure. «Non abbiamo capito subito chi fosse. È stato solo grazie alla madre che lo abbiamo riconosciuto: era Kevin. Era irriconoscibile, così bello e in salute».

In questi contesti, il lavoro quotidiano della cura passa spesso da qui: dal cercare strade dove sembrano non esserci, tenere aperte possibilità quando tutto sembra chiuso. È la tenacia di chi lavora all’ultimo miglio, e sa che la differenza di fronte alla guarigione non è fatta solo di decisioni cliniche o di trasferimenti riusciti. È anche qualcosa di più sottile, che si gioca ogni giorno nella relazione con i pazienti. Una tenacia che a volte richiede di fare mille telefonate, altre semplicemente riuscire a strappare un sorriso a un piccolo paziente, durante una medicazione dolorosa.

Come per Simon, un bambino che arriva in ospedale per una grave ustione alla gamba. Le medicazioni sono frequenti e molto dolorose. Con lui c’è la nonna.

«Arrivava sempre con abiti bellissimi, era veramente una forza. Aveva un modo di fare molto solare che calmava Simon, anche se lui moriva di paura».

Per i gravi più gravi, si ricorre alla sala operatoria, ma non ci sono i mezzi per farlo ogni volta. Quando arriva il suo turno, guarda il medico e lo supplica: «Doctor, small small!». Piano piano. «Granny, beg for me, beg for me!»

«Sono momenti difficili – racconta Domitilla – perché sai che farai male, e non sempre puoi evitarlo».

Ogni anno, giovani come Domitilla scelgono di mettersi in gioco in contesti come questo, attraverso il servizio civile universale. Un’esperienza che non cambia solo chi parte, ma contribuisce — giorno dopo giorno — a rendere possibile questa ostinazione della cura.

Formarsi per curare: nuovi spazi a Beira

Nell’istituto di scienze di salute di Beira, nella provincia di Sofala, Mozambico, abbiamo inaugurato questa settimana il laboratorio di simulazione per le cure materno-neonatali. Non una semplice aula ma un polo di avanguardia, un modello di formazione che intende offrire a studenti e studentesse, e professionisti sanitari una nuova esperienza di apprendimento e aggiornamento continuo.

Presenti alla cerimonia, tra gli altri: l’ambasciatore d’Italia in Mozambico Gabriele Annis, il Segretario di Stato Manuel Rodrigues Alberto e un rappresentate della Direzione Nazionale della Formazione dei professionisti della Salute del Ministero della Salute Abelisio Bila.

«Il settore della salute è da sempre una priorità per la cooperazione italiana: è una tradizione che ci riempie di orgoglio e che ci guida nel nostro impegno a garantire a tutti un servizio sanitario di qualità. Per l’Italia e per il Piano Mattei, la salute materno-infantile rappresenta la priorità assoluta. Ringrazio il Segretario di Stato, la Direzione Nazionale della salute, l’Istituto di scienze sanitarie di Beira, l’Università di Sassari, il Cuamm e tutti coloro che hanno contribuito a questo risultato. Il vero significato di questa aula si concretizzerà nel momento in cui inizierà ad essere utilizzata, formando e ispirando nuove generazioni di professionisti della salute» ha detto Gabriele Annis, ambasciatore d’Italia in Mozambico.

Il laboratorio è uno spazio dove studenti e studentesse del corso professionalizzante di infermieristica neonatale potranno esercitarsi in modo pratico su scenari clinici che sono chiamati a gestire quotidianamente. Tra il materiale che abbiamo garantito: manichini a media e alta fedeltà, incubatrici, dispositivi per la rianimazione ed il trattamento delle principali patologie neonatali .

Il corso formativo della durata di un anno supportato da Cuamm e riconosciuto dalla Direzione Nazionale Formazione del Personale Sanitario, oggi è alla sua seconda edizione. Lo scorso anno, sono stati 20 i professionisti ad aver preso parte al corso di cui 15 infermieri dell’Ospedale Centrale di Beira ), 3 infermieri dell’Ospedale Generale di Beira e 2 infermieri dell’Ospedale Rurale di Nhamatanda, tutti impiegati in terapia intensiva neonatale o sala parto.

L’inaugurazione di questo nuovo spazio si inserisce nell’ambito di un progetto finanziato dalla Cooperazione italiana che come Cuamm stiamo realizzando al fianco di Aispo e Comunità di Sant’Egidio, con la guida dell’Università di Sassari e in collaborazione con il Ministero della Salute del Mozambico. L’obiettivo è quello di supportare la formazione degli operatori sanitari; migliorare le capacità cliniche e gestionali delle autorità competenti e rafforzare il sistema sanitario, integrando anche strumenti innovativi come la telemedicina.

Il progetto ha fornito strumenti innovativi, infrastrutture e competenze per migliorare la qualità dell’insegnamento presso l’istituto, con una attenzione specifica alla formazione infermieristica neonatale. Inoltre, in quest’ottica è stato anche apportato un contributo nel miglioramento della didattica digitale, attraverso la riabilitazione dell’aula di informatica e alla messa a disposizione di un’ampia biblioteca digitale.

«Questo spazio ha un carattere pionieristico. Stiamo consegnando un faro di speranza, un pilastro per la salute materno-infantile nel Paese» ha detto il segretario di stato, Manuel Rodrigues Alberto.

In Mozambico, dove oltre il 60% della popolazione vive in condizioni di povertà e la densità di operatori sanitari è tra le più basse al mondo, investire nella formazione significa garantire cure migliori e più accessibili a tutti. Questo laboratorio, all’interno dell’istituto di formazione oggi rappresenta un vero e proprio modello di formazione sanitaria oltre ad uno strumento che garantirà cure accessibili e di qualità alla popolazione.

Sì, possiamo eliminare la tubercolosi

«Sì! Possiamo eliminare la tubercolosi!». Lo slogan della Giornata Mondiale 2026 contro la Tubercolosi (Tb) 2026 non è solo un auspicio, ma un impegno concreto che portiamo avanti nei Paesi dell’Africa Subsahariana in cui operiamo. Questo messaggio si traduce ogni giorno nel lavoro instancabile di medici, infermieri e comunità, uniti per garantire a ogni paziente il diritto a un futuro in salute.

Nonostante la tubercolosi sia oggi una patologia trattabile e guaribile, l’ultimo Global Tb Report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità conferma che l’Africa continua a sostenere il 25% del carico globale di questa epidemia. In Uganda in particolare, la sfida si gioca su un equilibrio sottile tra progresso tecnologico e barriere sociali: secondo i dati più recenti del Ministero della Salute ugandese, l’incidenza rimane alta con circa 200 casi ogni 100.000 abitanti, la Tb rimane la prima causa di mortalità tra le persone colpite da Hiv e una delle principali minacce nelle aree più fragili del Paese, come la regione della Karamoja.

Oggi, la vera sfida in Uganda, così come in molti altri contesti, non si affronta solo nelle strutture sanitarie, ma nei villaggi più isolati. Sebbene il tasso di successo terapeutico monitorato dal National Tb and Leprosy Programme abbia raggiunto la soglia record del 90%, rimane un vuoto pericoloso: quel 20% di malati che ancora sfugge alla diagnosi.

Sono i «casi mancanti», persone che convivono con i sintomi senza sapere di essere contagiate, alimentando involontariamente la trasmissione. Per identificarli, il Cuamm, in linea con la strategia “End TB” dell’OMS, ha scelto la strada della capillarità, promuovendo il potenziamento e l’estensione dei servizi di prevenzione, diagnosi, trattamento e follow-up, con una particolare attenzione alla Tb farmaco-resistente. In particolare, nei distretti di Napak e Moroto, nella regione della Karamoja, il Cuamm implementa, insieme alle autorità sanitarie locali, il progetto “PRO-TB: Potenziamento della Rete Organizzata per la Tubercolosi in Karamoja”, supportato dal Fondo di Beneficenza ed opere di carattere sociale e culturale di Intesa Sanpaolo.

La lotta contro la tubercolosi in Uganda ha il volto e la voce di Lokoth Joseph Akorikibok, 39 anni, una moglie e otto figli che lo aspettano a Losilang, nel distretto di Kotido. Per mesi, ha avuto una tosse che non gli dava tregua, portandogli via la voce, l’appetito e, lentamente, la speranza.

«Tossivo da così tanto tempo che avevo quasi perso la voce, – racconta Joseph. – Ero terrorizzato. Pensavo continuamente alla morte e a cosa ne sarebbe stato di mia moglie e dei miei figli se io non ci fossi stato più».

Come molti che vivono in zone remote, Joseph ha cercato inizialmente aiuto dove poteva: piccole farmacie, prendendo medicinali che non avevano nessun effetto. «Nessun miglioramento. Sapevo che era solo questione di giorni, che sarei morto».

La svolta è arrivata al centro sanitario di Losilang HC II. Quando gli hanno chiesto un campione di espettorato per il test, Joseph era sul punto di rinunciare:

«Avevo perso ogni speranza, non volevo nemmeno fare l’esame. Ma poi ho trovato l’energia per farlo, ed è stata la decisione che mi ha cambiato la vita».

La diagnosi è stata tra le più difficili: MDR-TB, la tubercolosi farmaco-resistente. Con il supporto del Cuamm e dell’ospedale di Matany, un’ambulanza è partita per prendere Joseph e portarlo a Matany, dove ha iniziato un protocollo di cura rigoroso.

«Il Cuamm e il team di Matany mi hanno salvato. Mi hanno dato le medicine giuste, ma non solo. Voglio ringraziarli per il cibo che mi hanno fornito in ospedale: senza quello, i farmaci sarebbero stati troppo forti per il mio corpo. Il cibo ha reso possibile il trattamento».

Oggi Joseph è tornato a casa, la sua condizione è migliorata, il suo peso è aumentato, e soprattutto ha ritrovato la sua determinazione. «Ogni giorno, esattamente alle 10:00 del mattino, prendo la mia medicina. Non salto un minuto, non salto un giorno».

Il suo ritorno è un segno tangibile che guarire si può. «Ikilakara aiyiun lojokotau nooi – Grazie di cuore a tutte le persone di buona volontà che mi hanno sostenuto». Un ringraziamento che, nella sua lingua, racchiude tutto il senso del nostro lavoro. E aggiunge un “appello” alla sua comunità:

«Smettete di prendere farmaci senza sapere cosa state facendo. Andate in ospedale, fate il test. La mia vita è migliorata perché ho avuto fiducia nella medicina e negli operatori».

Eliminare la Tb significa, prima di tutto, abbattere le barriere della povertà e dello stigma, migliorando la consapevolezza. Significa garantire che il diritto alla cura raggiunga l’ultimo miglio, trasformando i dati in storie di guarigione e opportunità di futuro.

La scelta di un papà, a Beira

Nel reparto pediatrico dell’ospedale di Beira, i bambini si agitano tra le braccia delle loro mamme. Miguel no. A tre anni, è stretto al suo papà. È lui che durante il suo ricovero rimane accanto al suo letto.

Arrivano da Niangao, un piccolo villaggio di pescatori a una trentina di chilometri da Beira. Sulla carta, una distanza ravvicinata. Nella pratica, in queste settimane di pioggia incessante dove le strade sono invase dal fango e si riempiono di buche, anche solo una manciata di chilometri si trasformano in un ostacolo invalicabile.

Ma grazie al progetto UR-Beira, hanno potuto comunque raggiungere l’ospedale. Si tratta di un sistema di rafforzamento dei servizi di emergenza medica nella città di Beira, promosso dalla Regione Veneto insieme al Cuamm e finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo: un sistema di 4 ambulanze attivo 24 ore su 24 che collega 17 centri di salute periferici all’ospedale centrale, garantendo il trasporto dei casi più urgenti.

Per Miguel, si è trattato di un intervento decisivo.

«Quando si sono presentati al centro di salute di Niangao, il bambino aveva difficoltà respiratorie – racconta Simone Barbiero, Jpo in Mozambico. – Lì però non c’è ossigeno, così abbiamo attivato l’ambulanza del progetto per trasferirlo qui a Beira».

Arrivato in ospedale, per Miguel la diagnosi è stata chiara: febbre alta e polmonite. Una situazione che avrebbe richiesto tempo, cure e soprattutto pazienza.

Per molti genitori, trattenersi a lungo in ospedale non è una scelta che si può prendere a cuor leggero. Significa, a volte lasciare soli gli altri figli, o non poter provvedere al sostentamento della famiglia per un periodo potenzialmente lungo. I genitori di Miguel sono giovani, hanno entrambi circa 24 anni. Il papà è un agricoltore originario di Tete, da poco trasferitosi a Niangao per costruire una nuova vita. La mamma, che non lavora, è rimasta a casa con il loro figlio più piccolo, un neonato di appena tre mesi. È anche per questo che, nei giorni del ricovero, è lui a restare accanto a Miguel, anche se ciò vuol dire non lavorare e di conseguenza non portare soldi a casa.

«Il papà è rimasto tutto il tempo a prendersi cura di lui. È stato bravo. Ovviamente, appena è stato meglio, Miguel non voleva più l’ossigeno, ma lui lo incoraggiava, l’ha convinto a tenerlo ancora un po’, a tranquillizzarlo. Ora, per fortuna, sta bene, proprio oggi lo dimetteremo. Abbiamo aspettato un po’ perché Niangao è lontana. Se fosse peggiorato di nuovo, non sarebbe stato semplice tornare».

Eppure, in questo tempo sospeso tra la cura e il ritorno, c’è qualcosa che resta. Un giovane papà, seduto accanto al letto del suo bambino. Con tutta la fatica che questo comporta: la malattia, la distanza, il lavoro che si ferma, una famiglia che aspetta.

Oggi, nella giornata della Festa del papà, il nostro augurio va a tutti i padri, soprattutto a quelli che sfidano condizioni difficili e strade dissestate per potersi prendere cura dei loro figli. Con pazienza e presenza, magari discreta e silenziosa, ma costante. Come il papà di Miguel, che oggi finalmente può tornare a casa. 

Mettere in pratica la ricerca

Negli ultimi due giorni ad Addis Abeba, abbiamo avuto il piacere di ospitare il workshop “Translating Research into Practice for Healthcare in Refugee Camps” (Tradurre la ricerca in pratica per l’assistenza sanitaria nei campi profughi). L’evento ha riunito tra i 40 e i 50 partecipanti, tra cui rappresentanti dell’Ufficio sanitario regionale di Gambella, del Servizio per i rifugiati e i rimpatriati (RRS), dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), dello staff sul campo del Cuamm, direttori di ospedali e centri sanitari, autorità governative locali, partner donatori e del “health-cluster”, oltre a rappresentanti delle comunità di rifugiati.

I partecipanti sono stati coinvolti in discussioni approfondite sulla ricerca operativa, sugli strumenti di supporto alle decisioni e sui framework di ottimizzazione partecipativa. Le sessioni sono state guidate da esperti della Kent Business School, dell’Università di Westminster e da specialisti sul campo del Cuamm, includendo l’analisi di scenari pratici volti a migliorare l’erogazione delle cure in contesti umanitari complessi.

Il workshop fa parte di una collaborazione di lunga data tra la Kent Business School e Medici con l’Africa Cuamm, che ha portato allo sviluppo di un modello di supporto alle decisioni basato sull’ottimizzazione per riprogettare l’assistenza sanitaria primaria in sette campi profughi che ospitano oltre 380.000 persone.

Come risultato chiave del workshop, il team di ricerca ha analizzato e discusso tale modello per supportare processi decisionali basati sull’evidenza riguardanti:

  • L’allocazione delle risorse sanitarie tra le varie strutture dei campi profughi.

  • La distribuzione degli operatori sanitari e dei servizi.

  • La pianificazione di scenari per migliorare l’erogazione dei servizi in condizioni di scarsità di risorse.

Il modello identifica le posizioni ottimali per i posti di salute e i centri sanitari, allocando il personale in modo da massimizzare la copertura della popolazione e l’equità, nonostante i gravi vincoli economici. In questo modo, risponde direttamente alle criticità nell’accesso alle cure in un contesto umanitario fragile, caratterizzato da insicurezza, carenza di fondi e servizi sovraccarichi.

Attraverso la validazione congiunta delle ipotesi, la discussione aperta sui vincoli di implementazione e l’esplorazione di scenari di investimento — come il dispiegamento della forza lavoro, la disponibilità di ambulanze e la capacità di invio ai centri specialistici (referral) — il workshop ha fornito ai responsabili prove concrete per guidare la futura allocazione delle risorse. Questo tipo di coinvolgimento è essenziale per ottenere un impatto nel mondo reale, garantendo che le soluzioni vengano adottate da chi è responsabile della pianificazione e dell’erogazione dei servizi.

L’iniziativa riflette l’impegno costante del Cuamm nell’integrare la ricerca nelle operazioni sul campo, assicurando che l’evidenza scientifica guidi direttamente la progettazione e l’attuazione dei programmi. L’evento è stato organizzato in collaborazione con la Kent Business School, con il supporto dell’International Science Partnership Fund Institutional Support Grant.

Un nuovo capitolo per la salute materno-infantile in Oyam e Otuke, in Uganda

In un passo significativo verso il rafforzamento dell’assistenza sanitaria per i più vulnerabili, Medici con l’Africa Cuamm, in partnership con African Network for Change e in collaborazione con la “la Caixa” Foundation, ha ufficialmente lanciato un’iniziativa trasformativa di due anni nella sub-regione di Lango, in Uganda, in particolare nei distretti di Oyam e Otuke.

Il progetto fissa un obiettivo primario ambizioso ma vitale: ridurre la mortalità neonatale, perinatale e dei bambini sotto i 5 anni del 15% nei due distretti entro il dicembre 2027. Integrando l’eccellenza clinica con interventi a livello comunitario, la collaborazione mira a garantire che nessuna madre o bambino venga trascurato a causa della distanza dalle strutture sanitarie di riferimento o della mancanza di risorse.

L’incontro di avvio, tenutosi per presentare formalmente il progetto agli stakeholder, è stato definito da uno spirito di responsabilità condivisa. Obizu Moses, Responsabile Cuamm nel Paese per il monitoraggio e la valutazione dei progetti, ha sottolineato che il successo dipende da un fronte unito di tutti gli attori coinvolti.

“Il nostro scopo oggi è garantire una comprensione condivisa dei nostri obiettivi. Siamo qui per rafforzare il coordinamento tra la leadership distrettuale e le squadre sanitarie. Solo attraverso una vera collaborazione possiamo migliorare la sopravvivenza infantile, la nutrizione e i servizi HIV all’interno di queste comunità”, ha dichiarato Moses.

La strategia del progetto si basa su quattro pilastri progettati per migliorare sia la qualità delle cure che la leadership necessaria per sostenerle:

  • Cure antenatali e postnatali: aumentare l’utilizzo dei servizi del 10% attraverso il supporto delle Peer Mothers, mamme che aiutano altre mamme, e dei Village Health Teams (VHT), gli operatori di salute comunitaria.
  • Eccellenza neonatale: migliorare la qualità delle cure per i neonati del 20% potenziando i servizi di emergenza ostetrica e neonatale con attrezzature essenziali, medicinali e “trasportatori neonatali”.
  • Sopravvivenza infantile: rintracciare i bambini “a dose zero” e seguire chi ha interrotto il ciclo vaccinale utilizzando l’approccio “Reach Every Child” (REC).
  • Responsabilità e Leadership: migliorare la qualità dei dati (HMIS/DHIS2) e rafforzare i sistemi di riferimento per le emergenze, inclusa la funzionalità delle ambulanze.

Per distretti come Otuke, classificati come zone difficili da raggiungere, il progetto rappresenta una vera ancora di salvezza.

“Otuke affronta molti ostacoli essendo un’area remota, il che rende difficile l’erogazione dei servizi sanitari”, ha spiegato Opio Patrick, Responsabile Sanitario Distrettuale (DHO) di Otuke, evidenziando le sfide uniche che le sue squadre affrontano quotidianamente. “Ci sentiamo fortunati ad avere il supporto continuo del Cuamm, in particolare nel migliorare i parti assistiti presso le strutture e nella manutenzione delle ambulanze donate dal Ministero della Salute. È un grande privilegio essere stati selezionati per questo progetto“.

Il Dott. Peter Lochoro, rappresentante Paese del Cuamm, ha presentato la Fondazione “la Caixa” agli stakeholder, sottolineando la solidarietà internazionale dietro il finanziamento: “Operiamo in diversi distretti dell’Uganda per rafforzare i sistemi sanitari dalle radici“, ha osservato il Dott. Lochoro. “Incoraggio ogni leader e operatore sanitario qui presente a lavorare con diligenza. Abbiamo una finestra di due anni per ottenere risultati significativi e misurabili per queste famiglie”.

Un tema ricorrente del lancio è stato garantire la sostenibilità: far sì che i progressi compiuti durante il progetto sopravvivano a lungo, anche dopo la conclusione dei finanziamenti.

“Il finanziamento di un progetto non risolve solo le sfide immediate; mette in luce pratiche che dobbiamo mantenere per sempre”, ha osservato Ebong Chris, rappresentante del Ministero della Salute, sfidando i leader distrettuali a guardare al progetto come a un catalizzatore per lo sviluppo a lungo termine. “La gestione efficace dei dati e i sistemi introdotti ora devono diventare parte del nostro sistema sanitario ordinario”.

Ha inoltre affrontato la questione critica delle risorse umane, esortando i distretti a rimanere vigili nel colmare le carenze di personale. “Quando gli operatori sanitari se ne vanno, creano vuoti nella fornitura dei servizi. Dobbiamo assicurarci che questi ruoli vengano sostituiti tempestivamente affinché l’impatto del monitoraggio e del supporto del Cuamm lasci un’eredità duratura”.

Attraverso attività nelle scuole, mobilitazione comunitaria e fornitura di attrezzature specializzate per i neonati malati, questo intervento non mira solo a fornire assistenza, ma a costruire una rete sanitaria resiliente. Mentre le attività passano dalla pianificazione all’attuazione, l’obiettivo rimane chiaro: salvare vite umane, un parto e un villaggio alla volta.

8 marzo: l’istruzione come libertà

Eliana ha solo sette anni quando perde il padre. È il 2007 e ancora non sa che, da quel momento, la strada verso i suoi sogni diventerà una durissima sfida di resistenza, dove avrà bisogno di tutto il suo coraggio. Oggi, nella Giornata internazionale della donna, vogliamo raccontare la sua storia. Perché quella di Eliana, nostra studentessa a Rumbek, in Sud Sudan, è una grande testimonianza di tenacia e autodeterminazione che l’ha portata, lo scorso 20 febbraio 2026, a stringere finalmente tra le mani il suo diploma in ostetricia.

Una strada in salita

Dopo la perdita del padre, è la madre di Eliana a dover lottare da sola per mantenere le figlie, finché uno zio materno non decide di accoglierle e sostenerne l’istruzione. Ma il percorso non è lineare: la vita di Eliana diventa un alternarsi continuo tra il desiderio di studiare e le pesanti ristrettezze economiche di una famiglia che fatica a proteggerla.

Il corpo come “merce di scambio”

La vera battaglia di Eliana inizia nel 2017. Con l’arrivo del primo ciclo mestruale, la sua famiglia decide che è diventata “adulta”: per la tradizione è pronta per il matrimonio, pronta per essere data in sposa a un allevatore di bestiame in cambio di dote. Tutti i parenti sono d’accordo, ma Eliana trova una prima, fondamentale alleata: sua madre. Grazie alla sua ferma opposizione, il matrimonio salta e Eliana può continuare a studiare.

Ma le pressioni non finiscono. Nel 2019, dopo il diploma di scuola media superiore, la storia si ripete. Questa volta il conflitto in famiglia è così violento che Eliana è costretta a nascondersi per un intero anno, protetta da una sorellastra, finché il pretendente non decide di sposare un’altra donna. Per tre anni, Eliana resta ferma, senza poter studiare: la “punizione” dei parenti per il suo rifiuto di sposarsi è il taglio di ogni sostegno economico.

La scelta di curare le altre donne

Nel 2022 arriva la svolta. Eliana partecipa alle selezioni del RHSI (Health Sciences Institute) supportato dal Cuamm e dall’UNFPA. Supera gli esami e, con grande flessibilità, accetta di frequentare il corso di Ostetricia. È l’inizio di una nuova vita, ma ancora una volta deve fare i conti con l’ostilità del clan: i parenti le negano i soldi per le tasse scolastiche. Solo grazie all’aiuto di un cugino, convinto dalle sue suppliche, Eliana riesce a tornare tra i banchi.

La fuga nella notte

Il momento più drammatico arriva nel dicembre 2024. Tornata a casa per le vacanze dopo il secondo anno di studi, Eliana scopre che tutto è già pronto per il suo terzo matrimonio combinato. Dovrebbe diventare la tredicesima moglie di un uomo molto più anziano.

Una notte, la sua famiglia la sveglia e la trascina con la forza verso la casa dell’uomo. Eliana finge di accondiscendere, cammina con loro nel buio ma, proprio a pochi metri dal recinto dello sposo, trova il coraggio di scappare. Corre, nell’oscurità, verso la casa del ragazzo che ama, l’uomo che ha scelto lei.

Guardando al futuro

Mentre il programma di studi volge al termine, Eliana prega e studia con dedizione per completare la sua formazione. Cerca un impiego che le permetta di sostenere i fratelli più piccoli, dato che attualmente il suo fidanzato si sta facendo carico anche delle spese scolastiche della sorella minore di Eliana.

Eliana racconta che, nonostante “la tempesta” che sta attraversando, ha beneficiato enormemente dei materiali educativi forniti da UNFPA e CUAMM, delle strutture dell’istituto e del supporto di supervisori e tutor, che l’hanno aiutata a restare forte e concentrata. Il suo sogno è proseguire gli studi e conseguire una laurea in Ostetricia, se riuscirà a trovare sostegno finanziario.

Il 20 febbraio 2026, Eliana è stata tra gli studenti che si sono diplomati con successo in Ostetricia. Ora è pronta a iniziare la sua carriera, nonostante sia stata emarginata dalla sua famiglia. È immensamente grata a sua madre per gli sforzi compiuti, ai suoi fratelli e al suo fidanzato, che non si è mai arreso e ha sacrificato tutto — inclusa la propria istruzione — per sostenerla, a differenza del resto del clan. Il suo messaggio, in questa giornata dedicata alle donne, è un grido di speranza e di resistenza:

“Esorto tutte le ragazze a lottare per difendere la propria posizione quando si tratta di istruzione: non devono permettere a nessuno di lasciarle indietro.”

Costruire Salute, Nutrire il Futuro

Mentre la Tanzania registra progressi significativi nel contrasto alla malnutrizione, la regione di Dodoma emerge come un territorio di profondi contrasti e sfide persistenti. Sebbene la media nazionale della malnutrizione cronica si attesti oggi intorno al 30,6%, nel cuore del Paese la realtà è più complessa: qui lo stunting, il ritardo della crescita, colpisce oltre un bambino su tre, con picchi che in alcune aree rurali sfiorano il 37% (TDHS-MIS 2022-2023). Questo divario non è solo una questione di disponibilità alimentare, ma riflette un intreccio critico tra barriere economiche, insicurezza idrica, diete poco diversificate e pratiche di svezzamento precoce, insieme a scarse conoscenze e consapevolezza in ambito nutrizionale e igienico. Accanto alla malnutrizione cronica, permane la sfida della malnutrizione acuta, che pur colpendo mediamente il 3,3% dei bambini a livello nazionale, continua a manifestarsi a Dodoma in forme severe e persistenti.

È proprio per rispondere a questa urgenza sanitaria e sociale che nasce il progetto “Costruire Salute, Nutrire il Futuro: Unità per la Malnutrizione a Dodoma”, realizzato da Medici con l’Africa Cuamm con il contributo di Fondazione Prosolidar – ETS, e in stretta collaborazione con le autorità locali.

Il progetto mira a supportare l’ampliamento del reparto di pediatria dell’Ospedale di riferimento regionale di Dodoma creando degli spazi dedicati alle cure dei pazienti affetti da malnutrizione acuta, nel rispetto delle linee guida nazionali sulla presa in carico della malnutrizione. Si prevede infatti la costruzione di una stanza per i casi in fase di stabilizzazione, una per i pazienti in fase di riabilitazione, un magazzino per conservare il cibo terapeutico, uno spazio per le dimostrazioni culinarie, e un piccolo ufficio nell’unità nutrizionale per facilitare l’archivio dei registri e dei documenti.

Al fine di rendere funzionale l’Unità di Nutrizione, il Cuamm si impegnerà nella formazione dello staff sanitario sulle nuove linee guida per il trattamento e la prevenzione della malnutrizione, consolidando le competenze cliniche e pratiche per la gestione dei casi.

Questo intervento non rappresenta un’azione isolata, ma si inserisce in una solida e radicata relazione di cooperazione tra Medici con l’Africa Cuamm e le autorità sanitarie locali, consolidando un lungo impegno nel distretto. Si agisce per rafforzare i servizi nutrizionali esistenti e per garantire che la lotta alla malnutrizione sia parte integrante di un sistema sanitario sempre più resiliente e vicino ai bisogni delle comunità più vulnerabili.

FONDAZIONE PROSOLIDAR ENTE FILANTROPICO ETS è un’organizzazione costituita nell’ambito del settore del credito per la realizzazione, in Italia ed all’estero, di progetti solidali e socialmente rilevanti, promuovendo la giustizia sociale, l’inclusione e lo sviluppo sostenibile.
In essa sono presenti, in modo paritetico, tutte le Organizzazioni sindacali dei lavoratori del settore medesimo (tramite le proprie Segreterie Nazionali) nonché, per parte datoriale, l’Associazione Bancaria Italiana e tutte le imprese che aderiscono all’Associazione. E’ la prima e, allo stato, l’unica esperienza, anche a livello internazionale, di ente voluto dalle parti in un contratto collettivo nazionale di lavoro e finanziato attraverso il “match-gifting”, cioè la condivisione del contributo in misura uguale tra lavoratori ed imprese.

Maternità sicura in Etiopia: Risultati che parlano di vita

In Etiopia, nel cuore della regione del South-West Shoa, si continuano a fare passi avanti decisivi per la salute di mamme e bambini. Il progetto “Maternità sicura: sostegno all’assistenza materna e neonatale” è nato con un obiettivo chiaro: trasformare l’attesa del parto in un momento di gioia e sicurezza, riducendo le barriere che troppo spesso mettono a rischio le vite più fragili. Grazie alla preziosa collaborazione tra Medici con l’Africa Cuamm, Polish Medical Mission e il Ministero degli Esteri polacco, sono stati potenziati i servizi di ostetricia e neonatologia dell’Ospedale cattolico St. Luke di Wolisso e dei centri sanitari rurali circostanti.

Una sala parto rinnovata per la gestione delle emergenze

Il cuore pulsante dell’intervento è stata la ristrutturazione completa della sala parto e del reparto maternità del St. Luke Hospital, che ha reso questi spazi molto più funzionali e anche esteticamente belli. La realizzazione di un nuovo corridoio di collegamento diretto tra la maternità e la sala operatoria rappresenta oggi un ponte salvavita, permettendo il trasferimento immediato delle pazienti per cesarei d’urgenza e abbattendo i tempi critici d’intervento.

«L’inaugurazione del reparto maternità completamente ristrutturato è stata una pietra miliare decisiva, un importante passo avanti per garantire servizi al parto più sicuri, di qualità superiore e più dignitosi. La ristrutturazione ha introdotto spazi clinici modernizzati e ha rafforzato, tra le altre cose, gli standard di prevenzione e controllo delle infezioni», afferma Henock Adugna, project manager di CUAMM.

Questo rinnovo, unito all’acquisto di nuovi tavoli operatori, lampade scialitiche e monitor fetali, ha confermato l’ospedale come centro di riferimento capace di gestire con dignità e standard igienici adeguati gli oltre 3.500 parti annuali.

«Il nuovo reparto offre ora un ambiente più sicuro, efficiente e rispettoso per le madri e i neonati, migliorando al contempo le condizioni di lavoro per gli operatori sanitari. Oltre ai miglioramenti immediati del servizio, questo intervento rappresenta un investimento sostenibile nella salute materna, contribuendo direttamente a risultati migliori e rafforzando la fiducia della comunità nei servizi di parto presso le strutture sanitarie», aggiunge Henock.

L’impatto del progetto si misura soprattutto nei pazienti assistiti che tornano a casa. Grazie al potenziamento della Terapia Intensiva Neonatale (NICU), 600 neonati in condizioni critiche hanno ricevuto cure salvavita, permettendo di raggiungere un tasso di mortalità neonatale compreso tra il 3,6% e il 4%, un dato straordinario se confrontato con le medie nazionali. Non ci si è fermati ai primi giorni di vita: l’intervento ha garantito il trattamento per 200 bambini affetti da malnutrizione acuta grave, registrando un tasso di guarigione dell’89%, restituendo speranza e futuro a una generazione vulnerabile.

Oltre l’ospedale: energia e prevenzione sul territorio

Consapevoli che non può esserci assistenza senza risorse di base, un’attenzione particolare è stata dedicata all’energia pulita attraverso l’installazione e la riparazione di sistemi a pannelli solari in quattro centri sanitari rurali, assicurando la continuità di elettricità e acqua per le sale parto periferiche. Parallelamente, ci si è impegnati per abbattere le barriere economiche che impediscono l’accesso alle cure: l’attività di sensibilizzazione ha portato oltre 14.800 residenti ad aderire all’assicurazione sanitaria comunitaria (CBHI), garantendo una protezione sociale duratura a migliaia di famiglie.

Il cambiamento diventa sostenibile solo attraverso le persone. Per questo, la formazione specialistica del personale sanitario è stata una priorità assoluta, portando a un incremento del 45% nelle competenze cliniche per la gestione delle complicazioni del parto. Infine, per assicurare che nessuna emergenza rimanesse isolata, il supporto alla manutenzione delle ambulanze ha reso possibile il trasferimento sicuro di 633 pazienti critici, di cui la metà donne incinte con complicazioni. Ogni chilometro percorso da queste ambulanze e ogni ora di formazione dedicata ai medici rappresentano un investimento sul futuro dell’Etiopia, dove nascere non deve più essere un rischio, ma un diritto garantito alla vita.