Continuare a crescere, tra reparto e comunità

«Un giorno, mentre andavo in una struttura per un’attività di supervisione, mi hanno avvisato che una mamma stava avendo una grave emorragia. Sono salita immediatamente in ambulanza con un’altra ostetrica. Quando siamo arrivate, la situazione era critica: la donna era in un lago di sangue. Abbiamo lavorato insieme per stabilizzarla prima del trasferimento in ospedale. Ho seguito il caso passo dopo passo per assicurarmi che ricevesse tutto ciò di cui aveva bisogno. Alla fine è stato un successo. Sapere che la tua presenza, in quel preciso istante, ha salvato la vita di una persona… è quella l’energia che ti spinge ad andare avanti».

Barbra, ostetrica ugandese, per tanti anni ad Aber con il Cuamm, porta nel cuore tanti ricordi e tante storie di pazienti che non dimenticherà.
Crescere insieme, tra sfide quotidiane e il sogno di una salute pubblica accessibile a tutti è la storia della sua vita. Barbra non ha mai smesso di imparare:

«Oggi guardo al mio percorso con profondo orgoglio, sia come donna che come professionista. Quando sono entrata a far parte di questa famiglia avevo solo un diploma in ostetricia. Oggi grazie al sostegno del Cuamm ho potuto riprendere gli studi, laurearmi e oggi sto frequentando un Master in Salute Pubblica che concluderò il prossimo maggio».

È stato ed è tuttora un cammino di crescita professionale e umana.

«C’è una differenza enorme tra come svolgevo il mio lavoro all’inizio e come lo faccio oggi. La qualità del servizio che posso offrire è cresciuta insieme alle mie competenze. Per questo, la mia gratitudine verso il Cuamm è immensa. Il mio lavoro quotidiano è una costante fonte di ispirazione». Anche il sistema sanitario si è rafforzato ed oggi è più solido. «Se mi guardo indietro, i miglioramenti nelle strutture sanitarie sono evidenti: dall’organizzazione interna alla capacità di gestire le emergenze. Negli anni passati abbiamo affrontato sfide durissime, soprattutto per la carenza di farmaci e presidi sanitari. Tuttavia abbiamo investito sulla formazione: oggi il personale è più consapevole e preparato. Anche quando mancano i fondi per le scorte, le strutture sanno come muoversi per gestire l’urgenza e questo mi dà una maggiore serenità».

Presente e futuro delle nuove generazioni

La vera trasformazione è avvenuta soprattutto nella mentalità delle persone.

«Ci vuole tempo, ma si impara a interagire meglio con i pazienti e con i colleghi. Vedo questo cambiamento anche in chi era più ostinato; quando un’ostetrica che stai supportando ti guarda con stima, capisci che le persone hanno fiducia nel tuo lavoro. Una volta, una responsabile mi ha detto: ‘Tu sei il nostro dizionario vivente. Siamo orgogliosi di te’. Sentire queste parole è ciò che mi spinge a dare sempre il massimo. Certo, le sfide non mancano mai: in Uganda il sistema sta cambiando e con esso il modo di formare, ci verrà dopo. La nostra sfida è il divario tra la formazione teorica e la pratica. Molte strutture si stanno privatizzando e spesso si pensa più al profitto che alla qualità, — racconta Barbra — Proprio in questa fase stiamo inserendo 20 nuove ostetriche, molte delle quali non lavoravano da tempo e non conoscono le linee guida aggiornate. Il nostro compito come team Cuamm è supportare il distretto: le nuove risorse hanno bisogno di ‘mentori’, di ostetriche senior che le prendano per mano. È un processo lento, un passo alla volta, sembra di ricominciare da capo ma sappiamo che ce la faremo. Credo fermamente che dovremmo investire sempre di più nella formazione continua e nella motivazione del personale, offrendo loro nuove responsabilità per farli sentire valorizzati».

Il più grande desiderio di Barbra per le mamme e i bambini di Oyam è che si investa davvero nella salute pubblica perché tutto comincia nella comunità, con la prevenzione.

«Dobbiamo raggiungere le donne nelle loro case, affrontare i problemi lì dove nascono: la difficoltà nei trasporti, la mancanza di mezzi economici, il bisogno di coinvolgere i mariti perché sostengano le proprie mogli. Spero che arriveremo a un punto in cui ogni uomo e ogni donna si sentano responsabili della propria salute grazie alla conoscenza».

Adesso essere sia un’ostetrica che un’esperta di salute pubblica le permette di guardare la realtà da più angolazioni: dalla corsia dell’ospedale al cuore del villaggio.

Quattro anni di conflitto in Ucraina

Quattro anni fa, l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia. Di lì a poco il paese avrebbe conosciuto l’orrore della guerra e tutte le sue conseguenze. La vita per le persone, i civili, non sarebbe più stata la stessa. Come Medici con l’Africa Cuamm, chiamati a una solidarietà vicina, abbiamo deciso di avviare un intervento a supporto del popolo ucraino con l’obiettivo di garantire assistenza sanitaria in un momento di forte bisogno, anche nella speranza di poter supportare un sistema sanitario compromesso dal conflitto. Al centro di questo impegno: il rifornimento di farmaci e kit salvavita ma anche il supporto psicosociale e la formazione di personale sanitario locale.

Nella fase iniziale della guerra, il rapido collasso delle catene di approvvigionamento e l’interruzione dell’accesso a farmaci e materiali essenziali ha reso l’accesso alla sanità parte della nostra risposta umanitaria, rivelandosi fondamentale per garantire la continuità dei servizi. Quello che è stato avviato come un intervento emergenziale, oggi purtroppo si rinnova per il quarto anno di fila.

Un tempo che non si può contare in mesi, giorni, attacchi sferrati o droni abbattuti ma che deve riportarci sulle vite. Quelle perse e quelle stravolte, come quella di Natalia una donna di 68 anni che abbiamo incontrato nell’estate del 2024. L’invasione russa l’aveva costretta a lasciare Kherson, portando con sé poco di quello che aveva costruito in una vita. In un attimo, Natalia era diventata una delle 3,7 milioni di persone sfollate interne in Ucraina e accolte in un centro di accoglienza. Le esperienze del conflitto e dello sfollamento possono causare traumi enormi e per le persone sole come Natalia le conseguenze psicologiche sono spesso poco visibili.
O anche Maria, di appena 30 anni che insieme al figlio di soli nove ha lasciato Zaporižžja dopo l’uccisione del fratello. La sua città, vicina alla linea del fronte, nei primi mesi di conflitto è stata teatro di pesanti combattimenti per il controllo della centrale nucleare. Maria ha ricominciato la sua vita in un centro di accoglienza a pochi chilometri da Kiev, come moltissime persone che hanno perso tutto, ha ricevuto aiuti umanitari: cibo, materiale igienico-sanitario e beni necessari.

Dal 24 febbraio 2022, il conflitto in Ucraina ha conosciuto una continua escalation, dando origine a una crisi umanitaria senza precedenti. Secondo l’Humanitarian Needs and Response Plan (Hnrp 2025), circa 12,7 milioni di persone in Ucraina necessitano di assistenza umanitaria, di cui 3,7 milioni sono ancora sfollati interni. In questi anni, di storie come quelle di Natalia e Maria ne abbiamo conosciute a migliaia.

Oggi, mentre il conflitto prosegue senza alcun cenno ad una tregua e l’inverno peggiora le condizioni di migliaia di cittadini ucraini, noi continuiamo ad essere nel paese con un intervento che integra salute e protezione per perseguire lo stesso obiettivo di sempre: garantire assistenza sanitaria alla popolazione civile e supportare il sistema sanitario nazionale.

Grazie al sostegno della Cooperazione italiana, stiamo intervenendo nelle regioni di Sumy e Kharkiv, aree caratterizzate da elevata intensità delle ostilità, prossimità alla linea del fronte e forte pressione sui servizi essenziali. Proprio a Kharkiv si stima la presenza di circa 478.000 sfollati interni (aprile 2025), mentre l’area di Sumy è costantemente colpita da bombardamenti legati alle operazioni di confine avviate nell’agosto 2024. Entrambe le regioni registrano gravi danni alle infrastrutture, interruzioni dei servizi sanitari essenziali e un aumento significativo dei bisogni in termini di salute mentale e protezione.

Insieme a partner come Cesvi e Azione contro la Fame (Acf) e con il supporto di partner locali, stiamo lavorando a due interventi con attività che includono:
acquisto e distribuzione di farmaci essenziali, materiali sanitari e consumabili;
interventi di riabilitazione strutturale;
consegna di kit di emergenza;
attività di rafforzamento delle capacità del personale sanitario, in collaborazione con UNFPA.

Dal 2022, Medici con l’Africa Cuamm è attiva in Ucraina per rispondere ai bisogni sanitari e umanitari della popolazione civile e delle strutture sanitarie colpite dalla guerra.
Da allora abbiamo:
raggiunto oltre 120.000 persone
supportato 35 strutture sanitarie con farmaci essenziali, kit sanitari di emergenza e attrezzature mediche
organizzato 60 eventi di Mhpss per rispondere ai bisogni sanitari, di protezione e di assistenza di base delle persone sfollate e delle comunità ospitanti
offerto 10 sessioni di formazione sulla psicologia dell’emergenza
realizzato 11 consegne d’emergenza entro 72 ore grazie al Meccanismo di Risposta Rapida, in linea con gli standard del Cluster Salute Oms.

Leggi di più e scopri il nostro impegno in Ucraina.

Wolisso festeggia nuovi diplomati

La cerimonia di consegna dei diplomi ha riempito l’aula magna dell’ospedale San Luca di Wolisso, sabato 21 febbraio. Nei corridoi, all’esterno e in quella stessa sala si è respirato aria di festa mentre 50 persone, tra studenti e studentesse dei corsi di ostetricia e infermieristica, attendevano con gioia di sentir pronunciato il proprio nome. Ad aprire la cerimonia, il vescovo Abune Lukas Teshome Fikre che a questi ragazzi e ragazze ha rivolto parole di stima e incoraggiamento.

«L’infermieristica e l’ostetricia non sono semplici professioni ma vocazioni di cura. Siete inviati nel mondo come strumenti di guarigione, chiamati a stare accanto alla vita nei momenti più difficili — la nascita, la malattia, la sofferenza e, talvolta, anche ad accompagnare nella morte. In questi momenti, le vostre mani, le vostre parole e la vostra presenza parleranno spesso con più forza della sola medicina».


22 diplomi di ostetricia e 28 di infermieristica sono stati consegnati a questa classe. Per loro è il coronamento di un sogno perseguito e concretizzato con dedizione e passione che tuttavia “non segna la fine dell’apprendimento”, come ha detto Ann Christine Moscoso – General Manager della scuola di ostetricia e infermieristica del San Luca di Wolisso.

«La scienza e il sapere sono in continua evoluzione e, per rimanere professionisti sanitari efficaci, è necessario continuare a cercare nuove idee, accogliere nuove scoperte e mantenersi costantemente aggiornati» ha poi aggiunto.

Tre anni fa tutti loro attraversavano timidamente il cancello del San Luca consapevoli dell’impegno che li attendeva. Lo studio teorico, le esercitazioni e la pratica clinica, tutto tra le mura di questo ospedale dove da oltre 25 anni Medici con l’Africa Cuamm continua a formare professionisti sanitari.

«Questo traguardo è motivo di grande gioia anche per tutta la squadra di Medici con l’Africa Cuamm, nato proprio come collegio per studenti e medici. In oltre 75 anni di storia ed esperienza, Cuamm è rimasto fedele alla propria missione: migliorare lo stato di salute delle comunità africane e farlo insieme. Questo significa investire nelle persone, nelle persone dell’Etiopia, negli studenti dell’ospedale cattolico San Luca, camminando insieme e imparando insieme». Ha detto Maria Perrella – Rappresentante Paese Cuamm in Etiopia nel suo discorso ufficiale.

La scuola di infermieristica e ostetricia di Wolisso ha infatti aperto le porte a studenti e studentesse provenienti da varie regioni del paese proprio nel 2000 e da allora il supporto di Medici con l’Africa Cuamm è stato costante. La collaborazione ha l’obiettivo di contribuire ad aumentare il numero di risorse umane sanitarie qualificate nel paese e così è stato finora. Ad oggi, 970 diplomi sono stati conseguiti alla scuola di infermieristica e ostetricia di Wolisso anche grazie alle borse di studio sostenute attraverso Cuamm.

«Oggi più che mai il mondo ha bisogno di voi. Nei momenti di incertezza, sofferenza o gioia – che sia nel silenzio di un reparto maternità o nel ritmo serrato di un pronto soccorso – voi sarete la calma, la competenza e la compassione capace di cambiare la vita di qualcuno. Non sottovalutate il vostro ruolo» ha detto Enzo Facci – Direttore Sanitario e medico Cuamm.

Quella del Cuamm nella scuola di infermieristica e ostetricia del San Luca di Wolisso è una presenza di lunga data, una collaborazione solida che negli anni è cresciuta nel tentativo di offrire una migliore esperienza di studio a tanti giovani. Negli ultimi dieci anni infatti, come Cuamm, abbiamo lavorato fianco a fianco con la Women Hope International, una realtà internazionale che crede anche essa nel valore della formazione e riconosce nel college del San Luca una scuola di alto livello. Insieme, lavoriamo ogni giorno per rendere studenti e studentesse professionisti sanitari qualificati.

La carenza di personale sanitario in Etiopia è un problema che affligge il sistema sanitario a tutti i livelli. Il numero di medici specialisti è ampiamente insufficiente e anche per questo professionisti come infermieri e ostetriche diventano fondamentali per garantire cure di qualità.
Ogni anno in questa struttura, riconosciuta dal Ministero della Sanità Etiope e parte del network delle scuole professionali della Regione Oromia, si immatricolano in media 60 persone: studenti e studentesse pronte ad assistere, ascoltare e costruire pace attraverso il lavoro di cura.

Un passo avanti per la salute delle donne in Tanzania

In Tanzania, le complicanze ostetriche durante la gravidanza e il parto sono tra le principali cause di mortalità materna, specialmente nelle aree rurali. La fistola ostetrica, in particolare la fistola vescico-vaginale, è una condizione grave e spesso trascurata, causata principalmente da un travaglio prolungato e ostruito senza accesso tempestivo alle cure ostetriche di emergenza. Proprio con l’obiettivo di migliorare la salute materna e riproduttiva attraverso la prevenzione, la diagnosi e il trattamento delle complicanze ostetriche, in particolare della fistola vescico-vaginale, ieri a Iringa è stato ufficialmente avviato il progetto MACORESI – “Maternità consapevole, responsabile e sicura come deterrente della fistola ostetrica . Finanziato dalla Cooperazione italiana, il progetto interessa i distretti di Kilolo, Mufindi e Iringa DC. Guidato dall’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” in partnership con Medici con l’Africa Cuamm, l’Ospedale Regionale di Tosamaganga, l’Associazione dei Chirurghi per la Fistola Ostetrica della Tanzania (AOSFT), l’associazione Iringa Development of Youth Disabled and Children Care e la Muhimbili University of Health and Allied Sciences (MUHAS).

All’evento di lancio hanno partecipato le autorità regionali e distrettuali, i rappresentanti ospedalieri, i principali stakeholder e il rappresentante dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) in Tanzania.

«Che la giornata di oggi segni l’inizio di un percorso per ridurre le complicazioni ostetriche evitabili, rafforzare i servizi e restituire dignità alle donne che ne hanno più bisogno. Lavoriamo insieme affinché ogni gravidanza sia sicura, ogni parto sia assistito con cure di qualità e nessuna donna venga lasciata indietro», ha dichiarato Paolo Razzini, rappresentante AICS in Tanzania.

Un impegno su tre livelli

Attraverso questo progetto triennale, si agisce su tre fronti: clinico, comunitario e istituzionale. Al miglioramento dei servizi, per renderli più personalizzati e incentrati sulla donna, si affianca anche il rafforzamento delle conoscenze e competenze sulla salute sessuale e riproduttiva, così come il miglioramento della cooperazione e del coordinamento tra attori coinvolti. L’impegno si focalizzerà anche, grazie agli operatori di comunità, sul contrasto delle barriere socio-culturali e sulla riduzione dello stigma legato alle condizioni femminili. Si mira perciò a rafforzare le cure ostetriche e migliorare la salute e il benessere complessivo delle donne, affinché il diritto alla salute non sia solo un ideale, ma una realtà quotidiana.

«La salute è un diritto di ogni donna», ha affermato il Regional Medical Officer. «Grazie a questo progetto, metteremo gli operatori sanitari di comunità al centro della nostra strategia per prevenire, individuare e, infine, eliminare la fistola ostetrica in Tanzania».

 

Una mamma e la sua bambina, tra mille ostacoli

Rosina ha 24 anni quando rimane incinta. È una giovane donna che sta cercando, passo dopo passo, di costruire il proprio futuro: una laurea in Sviluppo Comunitario in tasca e un tirocinio che occupa gran parte delle sue giornate a Dodoma, in Tanzania, dove vive. Non abita in un villaggio remoto, né in una condizione di povertà estrema. Eppure, la storia di sua figlia Ivana, oggi 14 mesi, racconta quanto sia sottile il confine tra stabilità e crisi.

Dopo una gravidanza seguita in ospedale, Ivana nasce in sicurezza, con un peso di 3,1 kg. I primi mesi scorrono senza particolari preoccupazioni. Poi, intorno al terzo mese, il latte materno inizia a non essere più sufficiente. Rosina, allarmata, cerca di fare tutto bene: prova a integrare con latte artificiale, introduce cibi complementari, chiede consiglio in un dispensario.

Ma la vita di una mamma single in una città in rapida crescita è fatta di equilibri fragili. Tutto il cibo deve essere acquistato, non ci sono coltivazioni familiari su cui contare. A sei mesi, quando Ivana pesa solo 5 kg, Rosina si rivolge all’ospedale, ma non riesce a sostenere il costo della terapia e si trova costretta a interromperla. Tra le ore trascorse al lavoro, le difficoltà economiche e la bambina affidata alla nonna per la maggior parte del tempo, l’apporto nutrizionale di Ivana scivola lentamente verso il basso. Quando, a 14 mesi, Ivana viene sottoposta a un altro controllo, pesa 7,2 kg e la circonferenza del suo braccio misura solo 11,3 cm: malnutrizione severa acuta.

Quante donne si trovano nelle stesse condizioni di Rosina? Di fronte a fragilità sociali e familiari, spesso mancano le risorse e viene meno un’adeguata formazione sulle corrette pratiche alimentari. È qui che diventa decisivo intercettare precocemente i segnali di rischio. È qui che una rete di servizi territoriali può fare la differenza.

Il nostro impegno: prevenire, accompagnare, curare

In Tanzania, come Cuamm siamo al fianco delle autorità sanitarie locali per rafforzare i servizi di salute materno-infantile e nutrizione. Attraverso il supporto ai centri di salute, la formazione del personale sanitario e le giornate dedicate alla salute e nutrizione comunitaria, ci impegniamo a promuovere controlli regolari della crescita, diffondere corrette pratiche di alimentazione infantile, individuare precocemente i casi di malnutrizione e garantire presa in carico e trattamento, soprattutto per i casi più gravi.

Storie come quella di Rosina ci ricordano che il “successo” non è un evento straordinario, ma un percorso: una mamma che comprende i segnali di allarme, un sistema sanitario che riesce a intercettare il bisogno, una comunità che non resta indifferente.

La malnutrizione si può prevenire e curare. Ma solo se nessuna madre viene lasciata sola davanti a scelte impossibili tra lavoro e salute della propria figlia.

Con il tuo sostegno, possiamo continuare a garantire screening nutrizionali, formazione e cure accessibili ai bambini e alle loro famiglie, perché crescere in salute non sia una questione di fortuna, ma un diritto.

DONA UNA TERAPIA PER MALNUTRIZIONE

Etiopia: la vita che continua a Nguenyyiel

Il campo profughi di Nguenyyiel, nella regione di Gambella in Etiopia, ospita oltre 110.000 rifugiati sudsudanesi. In questo lembo di terra, dove la quotidianità è una sfida costante, la storia di Nyadholi Mut Jock brilla come un segno di resilienza e speranza.

Nyadholi ha 26 anni ed è già madre di quattro figli. Quando ha scoperto di essere nuovamente incinta, si è sentita sopraffatta da un misto di gioia e preoccupazione. In un contesto dove l’accesso ai servizi sanitari è limitato e i rischi legati alla gravidanza sono altissimi, dare alla luce un bambino può fare paura. È stato grazie al passaparola e al sostegno delle amiche che Nyadholi ha deciso di recarsi al Posto di salute gestito da Medici con l’Africa Cuamm nella Zona D del campo.

Qui, Nyadholi ha trovato subito assistenza medica e anche un accompagnamento completo: visite prenatali regolari, orientamento nutrizionale e sessioni informative per riconoscere i segnali di pericolo durante la gestazione e l’importanza delle vaccinazioni.

“Sono venuta dal Cuamm perché ci sono professionisti che offrono servizi essenziali come le cure prenatali, le vaccinazioni e i farmaci. Mi hanno ascoltata, mi hanno trattata con rispetto e mi hanno spiegato tutto“, ricorda Nyadholi, sottolineando come la gentilezza dello staff ha fatto la differenza, restituendole quella fiducia che spesso è messa a dura prova in una vita da rifugiati. “Sono molto felice dell’assistenza ricevuta, dagli operatori sanitari di comunità fino alle ostetriche che mi hanno assistita durante il parto. Mi hanno mostrato grande umanità”, ha aggiunto. Dal 2018, Medici con l’Africa Cuamm è presente nella regione di Gambella, fornendo servizi di prevenzione e cura per la popolazione di rifugiati e per le comunità ospitanti. Interviene nel campo di Nguenyyiel, uno dei più grandi dell’area, supportando due health post nella Zona A e D del campo. Le attività si inseriscono all’interno del progetto di “Risposta di emergenza alla crisi sud-sudanese attraverso un approccio integrato e inclusivo in ambito salute, nutrizione e protezione, per il rafforzamento della resilienza dei rifugiati sud sudanesi e delle comunità ospitanti nella regione di Gambella, in Etiopia”, finanziato dalla Cooperazione italiana e realizzato insieme a Plan International Etiopia e Plan Italia.

Negli ultimi 15 mesi di progetto, dal suo inizio fino a dicembre 2025, sono state effettuate 53.476 visite ambulatoriali, 1.246 nuove visite prenatali, 153 i parti. E ancora, 1.136 bambini tra 0-11 mesi hanno completato le vaccinazioni, 11.391 bambini sotto i 5 anni di età che sono stati sottoposti a screening nutrizionale, 91 i casi di malnutrizione acuta severa e 291 i casi di malnutrizione moderata acuta trasferiti. Infine, oltre 2.600 persone sono state raggiunte attraverso le sessioni di sensibilizzazione.

 “Quando è arrivato il momento del travaglio, Nyadholi è tornata nella nostra clinica. Grazie alla presenza di personale qualificato, ha dato alla luce un bambino sano. In quel momento, stringendo tra le braccia il suo piccolo, il peso della paura si è trasformato in pura gioia e forza”, racconta Yitages Komtu, coordinatore delle attività comunitarie.

“Questi servizi sono vitali per il mio benessere e quello di mio figlio. Mi sento serena, mentalmente e psicologicamente, sapendo che stiamo ricevendo le cure di cui abbiamo bisogno”, ha continuato Nyadholi. L’impegno del Cuamm vuole andare oltre la semplice assistenza sanitaria: mira a restituire potere alle donne attraverso la conoscenza e la consapevolezza dei propri diritti, così da rafforzare l’intera comunità.”Le attività del Cuamm sono estremamente importanti per me e per tutta la comunità dei rifugiati. Garantiscono servizi equi e di qualità proprio qui, dove viviamo ogni giorno“, ha concluso con orgoglio.

Nyadholi ha deciso di condividere la sua storia per incoraggiare altre madri nel campo a cercare aiuto e a non sentirsi sole. Perché ogni madre e ogni bambino meritano l’opportunità di crescere al meglio.

Giornata mondiale contro il cancro

Oggi, 4 febbraio, nella Giornata mondiale contro il cancro, i numeri ricordano una realtà spesso ai margini del dibattito globale. Secondo le Nazioni Unite, l’Africa è il continente dove l’incidenza dei tumori è destinata a crescere più rapidamente nei prossimi anni, complice l’aumento dell’aspettativa di vita, la rapida urbanizzazione e soprattutto la scarsa prevenzione.

In Mozambico, dove operiamo al fianco del sistema sanitario locale da oltre quarant’anni, questo scenario ha un volto preciso. Secondo i dati GLOBOCAN, nel Paese si registrano ogni anno oltre 26 mila nuovi casi di cancro e più di 19 mila decessi. Il tumore alla cervice rappresenta una delle principali cause di morte tra le donne. Molte pazienti arrivano in ospedale quando la malattia è già in fase avanzata. Nelle aree rurali, gli screening sono rari, le informazioni scarse e le distanze dai centri di riferimento proibitive. A questo si aggiungono barriere culturali, economiche e – per le persone con disabilità – anche fisiche.

È la storia di Fatima, arrivata all’ospedale rurale di Nhamatanda, in provincia di Sofala, con lesioni al collo dell’utero che coprivano oltre il 75% della superficie. La crioterapia non era più sufficiente. Avrebbe dovuto sottoporsi a un trattamento con LEEP (Loop Electrosurgical Excision Procedure), ma l’apparecchiatura non era disponibile. L’unica soluzione era raggiungere l’ospedale centrale di Beira, a circa cento chilometri di distanza: sei ore di viaggio tra andata e ritorno, una visita, l’intervento, gli antibiotici per le settimane successive. Oggi, tornata per un controllo, può tirare un sospiro di sollievo: il trattamento ha avuto successo. Ma il suo percorso racconta quanto la tempestività faccia la differenza.

“Il cancro al collo dell’utero è una malattia silenziosa”, spiega la dottoressa Angelica, dall’ospedale di Nhamatanda. “La presenza di virus come l’HPV o condizioni di immunodepressione aumentano il rischio, ma molte donne non conoscono i sintomi e non agiscono in tempo”.

Eva, 27 anni, sieropositiva e in terapia antiretrovirale dal 2019, lo ha scoperto durante una visita di controllo. Se fosse arrivata cinque mesi prima, avrebbe dovuto affrontare lo stesso lungo trasferimento di Fatima. Oggi, però, l’apparecchio per la LEEP è disponibile anche a Nhamatanda e l’intervento può essere eseguito rapidamente, senza allontanarsi dalla propria comunità. Le basta tornare due mesi dopo, per un controllo. E nel frattempo, può contribuire al fondamentale lavoro di prevenzione, raccontando la sua esperienza alle donne della comunità e indicando loro quali sono i sintomi.

Perché in un contesto a basse risorse, è proprio la prevenzione la medicina più potente: è in quest’ora che è nato il progetto “Prevenzione e controllo delle malattie non trasmissibili” che realizziamo come Cuamm insieme ai partner Sant’Egidio e AIFO, con il sostegno della Cooperazione Italiana. 

L’intervento si sviluppa in tre province del Paese – Maputo, Sofala e Zambezia – e coinvolge 20 unità sanitarie, tra primo e secondo livello, oltre a tre ospedali di riferimento. L’obiettivo è rafforzare la capacità del sistema sanitario mozambicano di prevenire, diagnosticare e gestire le principali malattie non trasmissibili, tra cui il tumore alla cervice, riducendo mortalità e disabilità. Nelle comunità vengono organizzate sessioni di sensibilizzazione guidate da attivisti sanitari, fiere della salute e brigate mobili che raggiungono le aree più remote per offrire screening e orientamento. I programmi radiofonici, trasmessi in portoghese e nelle lingue locali, diffondono informazioni sui fattori di rischio e sull’importanza dei controlli regolari, contribuendo a superare disinformazione e stigma.

Parallelamente, il personale sanitario delle strutture coinvolte riceve formazione teorica e sul campo per migliorare la gestione delle patologie croniche e l’identificazione precoce dei casi sospetti. Il progetto sostiene inoltre la fornitura di materiali e il rafforzamento dei protocolli di riferimento tra strutture periferiche e ospedali, per evitare che i pazienti si perdano lungo il percorso di cura. Perché è solo così che si può fare la differenza: rimamendo accanto alle persone, soprattutto le più vunerabili. Non riguarda soltanto le statiche: riguarda la possibilità concreta di arrivare in tempo, di essere ascoltati, di trovare un sistema sanitario capace di accompagnare la cura.

A Bangui la prima visita Echo

Oggi a Bangui, abbiamo accompagnato la prima visita della delegazione Echo – Direzione generale per la protezione civile e le operazioni di aiuto umanitario dell’Unione Europea al Complesso Ospedaliero Universitario Pediatrico (Chupb), guidata dal direttore sanitario Professor Gody.  La delegazione, guidata da Giuseppe Angelini, Responsabile per l’Africa Occidentale, ha partecipato a un incontro introduttivo che ha offerto ai partecipanti l’occasione di conoscere nel dettaglio la storia dell’ospedale, e di apprezzare in particolare il percorso di crescita realizzato in questi anni, anche grazie al contributo di Cuamm nella formazione del personale e nel miglioramento della gestione dei servizi. La visita si è conclusa con un tour dei principali reparti, in primis la neonatologia, che ha permesso di osservare da vicino l’impatto concreto del lavoro sulla salute dei più piccoli.

L’arrivo di Cuamm allo Chupb risale al 2018 quando, con il supporto finanziario dell’Unione Europea e in collaborazione con l’Ong Azione contro la Fame e l’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” del Vaticano, si è avviato un intervento volto al potenziamento dei servizi pediatrici, in un contesto di fragilità strutturale e crisi ricorrenti. Da allora, il nostro impegno si è concentrato sul rafforzamento della governance ospedaliera, sulla formazione del personale sanitario e gestionale e sul miglioramento dei servizi clinici, garantendo la disponibilità di farmaci, attrezzature essenziali, servizi di igiene e manutenzione, per assicurare cure continue 24 ore su 24.

Dall’inizio dell’intervento ad oggi l’ospedale, che rappresenta l’unico centro pediatrico di riferimento di terzo livello della Repubblica Centrafricana, ha accolto oltre 437.000 bambini, con più di 118.000 ricoveri. Solo nell’ultimo anno, i dati raccolti parlano di un tasso di guarigione del 94% ad indicare che la qualità delle cure allo Chupb è oggi uno dei maggiori risultati raggiunti.

Tutto questo avviene in un Paese tra i più fragili al mondo. La Repubblica Centrafricana  si colloca agli ultimi posti per Indice di Sviluppo Umano, insieme a paesi come il Sud Sudan e la Somalia (Human Development Report, 2023). Questo significa una realtà caratterizzata da ridotta aspettativa di vita, insufficienti anni di istruzione e basso reddito nazionale lordo pro capite, ostacoli che pesano sullo sviluppo a lungo termine. Tra i settori più vulnerabili ci sono salute ed educazione, ambiti in cui il lavoro di Cuamm e dei partner internazionali resta essenziale per garantire servizi di qualità alle comunità e ai gruppi più deboli.

Proprio per questo, Cuamm ha deciso di allargare il proprio impegno per assicurare l’accesso a cure di qualità a donne e bambini anche al di fuori della capitale. Da un lato si conferma il sostegno allo Chupb, accompagnandone la transizione verso una maggiore autonomia amministrativa e finanziaria e lavorando per rafforzarne i servizi più delicati, quali neonatologia e terapia intensiva. Dall’altro ci si rivolge a strutture periferiche di primo e secondo livello, supportandole nell’erogare assistenza di base e prestazioni salva vita.

Verso l’ultimo miglio del sistema sanitario

Lo Chupb rappresenta il primo e unico centro ospedaliero pediatrico di terzo livello del Paese, ma il sistema sanitario nazionale si fonda su una rete articolata e capillare composta da ospedali, centri di salute più o meno equipaggiati e semplici dispensari. Sostenere queste diverse strutture significa garantire l’accesso della popolazione ai servizi sanitari essenziali su tutto il territorio, rafforzando la capacità di risposta del sistema ed evitare ritardi nelle cure.

Questo è particolarmente cruciale in aree isolate, che presentano una certa instabilità socio-politica e sono interessate da continui movimenti di popolazione, in cerca di risposta ai loro crescenti bisogni primari, a dimostrazione del persistere di zone di crisi umanitaria.

In quest’ottica, nel distretto di Bocaranga-Kuoi, nella zona occidentale del Paese, operiamo all’interno del piccolo ospedale di Kuoi e a supporto di cinque centri di salute ad esso afferenti. L’ospedale di Kuoi, con soli 20 posti letto, si trova in un’area di difficile accesso, dove instabilità e insicurezza compromettono l’erogazione dei servizi, compresi quelli sanitari. Qui, grazie al finanziamento dell’Unione Europea, lavoriamo quotidianamente per garantire cure gratuite alle donne in gravidanza e ai bambini sotto i cinque anni, offrendo al contempo assistenza medica e psicosociale alle donne vittime di violenza, in stretta collaborazione con l’Ong locale Ofahrd.

Le attività includono inoltre interventi di riabilitazione infrastrutturale, il rafforzamento del sistema di riferimento per le emergenze, screening nutrizionali e campagne vaccinali. Si tratta di un impegno volto a potenziare i servizi sanitari periferici, in una delle zone più remote, riducendo così anche la pressione sull’Ospedale distrettuale di Bocaranga, principale struttura di riferimento nell’area

Ospedali periferici e centri di salute sono una componente fondamentale di un sistema sanitario che vuole raggiungere tutti e di cui si sente la necessità in tutto il Paese. Per rispondere a questa sfida, in collaborazione con il Ministero della Salute centrafricano, Cuamm partecipa a un intervento di Finanziamento Basato sulla Performance (Pbf), finanziato dall’Unione Europea, che assicura a 59 strutture sanitarie nei tre distretti di Bangassou, Ouango-Gambo e Bossangoa le risorse per offrire cure gratuite a donne gravide, bambini, vittime di violenza e indigenti. L’obiettivo è quello di incentivare l’utilizzo dei servizi sanitari essenziali, migliorare gli standard di cura e ridurre i costi per la popolazione, contribuendo allo stesso tempo a ridurre le disuguaglianze e a garantire cure di qualità anche alle comunità più marginalizzate e ai gruppi più vulnerabili.

Oltre la cura, il valore della rete: contrastare la Tb in Uganda

«Non mi sentivo affatto bene, tossivo continuamente, spesso vomitavo, non avevo appetito. Ho addirittura pensato di morire e la mia più grande paura era quella di lasciare mio marito e i miei 5 figli, specialmente il più piccolo che stavo ancora allattando», racconta Anna Faith Nayolo, una giovane di 29 anni del distretto Nakapiripirit, nella regione della Karamoja in Uganda. «Mio marito mi è sempre stato accanto, rassicurandomi. All’inizio i farmaci che mi sono stati somministrati presso le strutture sanitarie periferiche e quelli acquistati in farmacia non sono stati efficaci. Una mattina, uno degli abitanti del mio villaggio mi ha consigliato di rivolgermi ad un centro di salute supportato dal Cuamm, dove, attraverso delle analisi, sono risultata positiva alla tubercolosi multi-farmaco resistente. Sono stata immediatamente presa in carico dal team del centro e dal team Cuamm per iniziare il trattamento presso l’Ospedale di Matany», continua Anna Faith. «Durante il trattamento, mi venivano dati i medicinali e anche il cibo e adesso che sono tornata a casa, continuo a prendere le mie medicine ogni giorno e a controllarmi periodicamente fino a quando sarò completamente guarita. “Ikilakara Nooi”, sono molto grata di tutto e la mia speranza è che continuino e si rafforzino le sensibilizzazioni comunitarie, perché ci sia più consapevolezza rispetto alla tubercolosi e ai servizi esistenti supportati da Cuamm e dal Governo».

La storia di Anna Faith è la storia di molti pazienti affetti da Tb che sono stati identificati e curati grazie all’impegno di operatori sanitari sul campo, in particolare nell’ambito del progetto
“PRO-TB: Potenziamento della Rete Organizzata per la Tubercolosi in Karamoja”, supportato dal Fondo di Beneficenza ed opere di carattere sociale e culturale di Intesa Sanpaolo e implementato da Cuamm insieme alle autorità sanitarie locali nei distretti di Napak e Moroto, nella regione della Karamoja in Uganda.

La tubercolosi (Tb) è la principale causa di morte infettiva, davanti all’Hiv e alla malaria. Secondo il Global Tuberculosis Report 2025 dell’Oms, nel solo 2024 10,7 milioni di persone si sono ammalate e 1,23 milioni sono morte di Tb. Nonostante cure più efficaci e diagnosi più rapide, questa malattia continua a mietere vittime in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi poveri. E oggi, il rischio è che i tagli ai finanziamenti rallentino la battaglia per eliminarla. Nonostante l’incidenza globale sia diminuita, così come i decessi, i progressi restano ben al di sotto degli obiettivi fissati dall’Oms: dal 2015 al 2024, la riduzione dei casi è stata solo del 12% (contro il -50% previsto entro il 2025) e quella dei decessi del 29% (obiettivo -75%). Tuttavia, alcune aree mostrano segnali incoraggianti: l’Africa ha ridotto l’incidenza del 28% e i decessi del 46%. Resta critica la gestione della tubercolosi resistente ai farmaci, forma più complessa da curare, anche se il tasso di successo terapeutico è decisamente migliorato (Oms).

Il Cuamm continua il proprio impegno per contrastare la Tb attraverso il potenziamento e l’estensione dei servizi di prevenzione, diagnosi, trattamento e follow-up, al fine di ridurre l’incidenza e migliorare la gestione dei casi nella regione della Karamoja. 11 le strutture sanitarie di primo e secondo livello coinvolte attraverso varie attività: dalla formazione del personale sanitario al supporto e consolidamento delle capacità delle autorità sanitarie locali nella pianificazione e gestione dei servizi di screening e trattamento, e nel monitoraggio dei casi. Inoltre, si sta potenziando la rete di trasporto dei campioni diagnostici ai laboratori dotati di tecnologia GenXpert, permettendo diagnosi più rapide e precise.
Un’ attenzione particolare viene data alle forme di Tb multi-resistenti (Multi Drug Resistent-TB), attraverso il DOT (Directly Observed Therapy) presso le strutture sanitarie e il contact tracing per rintracciare e sottoporre a screening i conviventi dei pazienti affetti da forme resistenti.

«Abbiamo ottenuto grandi risultati come centro MDR-TB. I pazienti che avevano lasciato il trattamento sono tornati in cura ed è stato effettuato il tracciamento dei contatti», racconta Josephine Ikiror, responsabile clinica del reparto presso l’Ospedale di Matany. «La gestione dei nostri pazienti è notevolmente migliorata, con un buon tasso di successo terapeutico, anche grazie al modello ambulatoriale. Siamo stati in grado di coordinarci con le strutture sanitarie periferiche nei diversi distretti per seguire efficacemente i pazienti durante e dopo il ciclo di trattamento, al fine di garantire il massimo successo. Il progetto PRO-TB è quindi arrivato al momento giusto».

Da aprile 2025 ad oggi, sono 285 i pazienti affetti da Tb in trattamento presso l’Ospedale di Matany, di cui 57 con Tb multi-farmaco resistente; 568 gli operatori sanitari formati attraverso un programma di mentorship sul lavoro, 2708 i contatti sottoposti a screening. A livello delle unità sanitarie periferiche, sono state effettuate 62 visite di monitoraggio e supervisione, e a livello comunitario sono state coinvolte 3440 persone negli eventi di sensibilizzazione.

Rimangono ancora diverse sfide, tra cui il tema dello stigma associato alla malattia, come racconta Amoding Jeniffer, un’infermiera del reparto di Tb dell’Ospedale di Matany:

«Alcuni pazienti continuano a rifiutare le cure o non si presentano regolarmente alle visite. Anche se viene promossa l’educazione alla salute, la paura dello stigma a volte prevale; i pazienti, che devono indossare la mascherina, non vogliono essere riconosciuti come portatori delle malattia e quindi tendono a non utilizzarle. Questo può comportare un aumento della diffusione della tubercolosi nelle comunità».

Per combattere efficacemente la diffusione di Tb perciò rimane centrale l’impegno a tutti i livelli di cura, dagli ospedali alle comunità, così come l’affrontare le disuguaglianze nell’accesso alle cure e i costi associati alla diagnosi e al trattamento.

Le malattie dimenticate, le persone no

Oltre un miliardo di persone nel mondo convive con una malattia tropicale negletta (Neglected Tropical Diseases, NTDs). Sono 21 patologie diverse, causate da parassiti, batteri, virus o funghi e colpiscono soprattutto le popolazioni più vulnerabili nei Paesi a basso e medio reddito delle aree tropicali e subtropicali. Il 30 gennaio si celebra il World NTD Day, istituito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per richiamare l’attenzione su un’emergenza sanitaria globale ancora largamente sottovalutata.

In Karamoja, nel nord-est dell’Uganda, queste malattie non sono un dato statistico ma una presenza quotidiana.

«Vivere questa giornata qui la ricopre di un significato ancora più forte – racconta Sara Biagioni, specializzanda in Malattie Infettive e Jpo all’ospedale di Matany. – In questi mesi ho visto quanto sia lampante l’enorme dimensione del problema. Anche per chi, come me, si è già confrontata con queste patologie in Italia, qui la loro diffusione è evidente ogni giorno. Così come appare chiara la mancanza di attenzione e di investimenti verso malattie che colpiscono prevalentemente popolazioni vulnerabili e aree segnate da povertà e complessità strutturali».

In una zona rurale dove la pastorizia è una delle principali attività e il tasso di povertà è tra i più elevati del Paese, i determinanti sociali della salute emergono con forza. «Si comprende pienamente – prosegue – l’intreccio tra salute umana, animale e ambientale. Diventa evidente quanto sia necessario un approccio One Health per affrontare il problema».

A volte la prevenzione parte da gesti che altrove diamo per scontati. «Mi è capitato di pensare, con non poca rabbia, che prima ancora di distribuire medicine, bastebbero alcuni accorgimenti per fare una prevenzione efficace, come indossare delle scarpe o comunque delle calzature adeguate». In quest’area molte persone camminano scalze: infezioni parassitarie trasmesse attraverso il contatto con il suolo possono provocare anemie e malnutrizione, compromettendo lo sviluppo dei bambini e la salute delle donne in gravidanza. Patologie come tungiasi e podoconiosi – diffuse in alcune aree della Karamoja – possono evolvere in lesioni croniche, disabilità permanenti e gravi difficoltà nella deambulazione, aggravate dallo stigma sociale che accompagna chi ne è colpito.

 

Nei giorni in cui un’organizzazione ugandese impegnata nella presa in carico di questi pazienti ha lavorato a Matany, Sara ha incontrato persone in fila per una visita attesa da tempo.

«Con il team abbiamo parlato dello stigma sociale che deriva da queste condizioni e di come questo complichi la vita delle persone. Negli occhi dei pazienti lì presenti ho trovato una riconoscenza genuina e sorpresa: nello scoprire che qualcuno poteva prendersi cura del loro problema, ma anche nel vedere i miglioramenti ottenuti grazie a semplici accorgimenti».

Tra le malattie con cui si è confrontata più spesso in questi mesi c’è anche la leishmaniosi viscerale, una patologia endemica in quest’area che, se non trattata, può essere letale. La sua gestione però, a Matany, è complessa: la diagnosi non è sempre immediata e i trattamenti richiedono ricoveri prolungati e un attento monitoraggio.

«Queste difficoltà mi hanno fatto percepire quanto sia importante il confronto costante con i colleghi locali, come Julius, punto di riferimento per questa patologia in ospedale. O Sister Harriet, caposala, che di domenica, dopo la messa, passa in ospedale a controllare che anche durante il weekend la terapia non si interrompa. È uno scambio continuo, in cui si condivide competenza ma si impara ogni giorno».

Ogni caso ha un volto. «Mi ricordo ogni faccia, ogni nome», racconta. Come Alice, che dopo le prime iniezioni voleva tornare a casa perché si sentiva meglio, e che è rimasta solo dopo un confronto acceso, per poi salutarci con uno dei sorrisi più ironici e riconoscenti. O Anjelina, arrivata in condizioni gravi e dimessa dopo settimane di cure: oggi torna in ospedale solo per salutare e ringraziare, l’ultima volta ha voluto farlo in italiano.

Le malattie tropicali neglette si chiamano così perché troppo a lungo sono rimaste ai margini dell’agenda globale. Ma a Matany hanno nomi, storie, relazioni. E ricordano che il diritto alla cura passa anche dalle scelte. Come quella di guardare fino all’ultimo miglio, di lavorare fianco a fianco con popolazioni locali, accanto alle persone più vulnerabili. E portare impegno, cambiamento e dignità anche a chi soffre di patologie dimenticate.