Il benessere nutrizionale parte dall’agricoltura

A Dodoma, in Tanzania, si è concluso in questi giorni il progetto “Diverse Food System: Improving Nutrition by Supporting a Diversified and Sustainable Food Systems” finanziato dalla Cooperazione Italiana e realizzato da Medici con l’Africa Cuamm in collaborazione con LVIA, Sokoine University of Agriculture (SUA) e MVIWATA.

L’evento ha riunito circa 120 partecipanti, tra cui vari stakeholder, funzionari distrettuali e regionali, rappresentanti di ospedali, esponenti del Ministero della Salute e il rappresentante della Cooperazione Italiana del Ministero degli Affari Esteri italiano.

Attraverso questo progetto, come Medici con l’Africa Cuamm abbiamo ampliato l’accesso a servizi di qualità per la gestione della malnutrizione acuta grave, rafforzato le competenze cliniche del personale sanitario e fornito un sostegno significativo alle autorità locali nella lotta alla malnutrizione sia a livello comunitario che distrettuale. Grazie alla collaborazione con LVIA, la Sokoine University of Agriculture (SUA) e MVIWATA, impegnate nella promozione di pratiche agricole sostenibili, il progetto ha permesso inoltre di migliorare gli esiti nutrizionali delle comunità coinvolte—in particolare per bambini sotto i cinque anni, donne in gravidanza e madri che allattano.

L’evento è stato un’occasione per mettere in luce l’impatto del progetto su circa 110.000 persone nei distretti di Kongwa, Bahi e Chamwino. Grazie a questa iniziativa, gli agricoltori hanno appreso nuove pratiche agricole, innovative e sostenibili, fondamentali per garantire la sicurezza alimentare sul lungo periodo.

 “Siamo molto grati a Cuamm per aver sostenuto gli sforzi del governo volti a migliorare i servizi nutrizionali, in particolare il trattamento della malnutrizione grave nei bambini sotto i cinque anni. La loro partnership ha garantito un migliore accesso ai farmaci e alle attrezzature, rafforzando al contempo il nostro sistema sanitario. Siamo davvero grati per il loro contributo”. Ha affermato Maria Haule, dell’Ufficio Nutrizione del distretto di Kongwa.

Questo progetto si conclude con un sistema sanitario più forte, in grado di identificare e trattare la malnutrizione. Un punto di partenza da cui la regione, e l’intero paese, possono ripartire con autonomia per arginare la malnutrizione e raggiungere la sicurezza alimentare, obiettivi primari della strategia nazionale.

Alluvioni in Mozambico: al fianco di chi ha perso tutto

È drammatica la situazione in Mozambico, dove da giorni piogge incessanti e l’esondazione dei principali bacini fluviali stanno mettendo in ginocchio intere province. Gaza, Maputo e Sofala sono le aree più in difficoltà: secondo le stime ufficiali, quasi 600.000 persone sono state colpite dalle alluvioni.

Il bilancio sul piano abitativo ed economico è pesantissimo: sul piano nazionale, si stimano circa 74.000 case inondate, più di 1.600 distrutte, di cui 200 nella provincia di Maputo, in particolare nei distretti di Moamba e Sabie. Qui operano i centri di salute supportati dal progetto INCLUDE, dove è presente il personale sanitario Cuamm. Nella valle di Incomáti oltre 10.000 ettari di coltivazioni sono andati perduti, cancellando in poche ore raccolti di mais e ortaggi da cui dipende il sostentamento di migliaia di famiglie. Il governo mozambicano ha dichiarato lo stato di allerta rossa nazionale e chiesto il supporto della comunità internazionale per le operazioni di soccorso e assistenza. Le inondazioni del 17 gennaio, alimentate dalle piogge persistenti e dall’esondazione della diga di Corumana, hanno colpito duramente i posti amministrativi di Moamba Sede, Sabie e Ressano Garcia. Si contano circa 200 case danneggiate e 900 persone sfollate, molte delle quali hanno trovato riparo in centri di accoglienza temporanei.

Desta grande preoccupazione anche il Distretto di Buzi, a Sofala, dove si trovano alcuni dei nostri operatori. Lì, le piogge hanno iniziato già dalla prima settimana di gennaio.

«La situazione è molto grave – racconta Estevão Ilidio Bochana, responsabile della raccolta dati a Sofala – il fiume ha travolto il ponte e l’accesso all’ospedale distrettuale è compromesso. La gente deve utilizzare le barche per passare da una parte all’altra del fiume. Anche i nostri attivisti sono stati colpiti e si sono dovuti spostare in centri di prima accoglienza perché le loro case sono allagate».

A Moamba Sede, nel centro di accoglienza allestito localmente, sono ospitate 40 famiglie per un totale di 182 persone, in gran parte donne e bambini. A Sabie, la situazione resta particolarmente delicata: nella scuola primaria Samora Machel hanno trovato rifugio 95 famiglie, pari a 495 persone, mentre altre 35 famiglie (167 persone) sono accolte nella scuola secondaria. I quartieri di Incomate, Chiquizela, Matadouro e Magawane risultano tra i più colpiti.

«Ci stiamo coordinando con il centro operativo per la gestione delle emergenze e il ministero della salute mozambicani per portare un primo aiuto alle popolazioni – spiega Giorgia Gelfi, Country Manager in Mozambico – è importantissimo in questo momento ridurre il rischio di epidemie, in particolare il colera ed essere pronti a gestire un picco di casi di malaria soprattutto per le categorie più fragili, donne e bambini».

Alcune famiglie stanno cercando di rientrare nelle proprie abitazioni, nonostante i danni, per timore di furti. Nel frattempo è in corso un assessment da parte delle autorità distrettuali per valutare l’impatto delle alluvioni sulle strutture pubbliche e private, compresi i servizi essenziali. I centri di salute restano un presidio fondamentale in un’emergenza che non è ancora conclusa e che continua a mettere a rischio la vita e le speranze di migliaia di persone.

Kiev Sotto la morsa del gelo

«Ieri abbiamo avuto -14°, di giorno, e di notte siamo arrivati a -20. Si sta senza luce, senza energia, senza riscaldamento e chi vive nei palazzi più alti, dal secondo piano in su, anche senza acqua. È un freddo che ti penetra dentro e non ti dà tregua. I bombardamenti continuano, sempre più fitti, dal 6-7 gennaio le azioni militari su Kiev si sono intensificate e mirano a danneggiare soprattutto le centrali energetiche. Si vuole colpire la gente, la popolazione tutta, senza distinzione. Le aree periferiche sono in condizioni peggiori rispetto al centro, perché ci sono i palazzi più alti, di nuova costruzione. Al momento ci sono zone della città senza elettricità, senza riscaldamento e senza acqua da ben tre giorni».

Il racconto arriva da un medico di sanità pubblica impegnato con il Cuamm in Ucraina, a Kiev da novembre. Ci racconta della vita in un paese in guerra, di una popolazione che si trova ad affrontare il freddo e il gelo, senza alternative e con poche speranze.

E continua: «Il lavoro, dopo la pausa per le feste ortodosse è ripreso, anche se l’ufficio Cuamm non è praticabile perché, mancando il riscaldamento e l’elettricità per molti giorni, è inabitabile. Ma lo staff continua da casa, spesso riuniti in quella più calda. Il Cuamm oggi è impegnato in un aiuto di pura emergenza, con la distribuzione di farmaci e di materiale ai 4 ospedali che si trovano sulla linea del fronte. In questi giorni dovrebbero darci anche la macchina Cuamm per gli spostamenti. Inoltre, collaboriamo con una Ong locale, per il supporto psicologico alle comunità di Kharkiv e Sumy».

«A Kiev la situazione è molto strana – riprende –. La gente cerca, come può, di continuare la propria vita, la routine di ogni giorno. Lavora, si sposta, va in palestra, o a fare la spesa (anche perché lì c’è un generatore più potente e trova un pochino di caldo). Ma è sempre come sospesa. Può capitare che, a causa di un bombardamento, per esempio, tolgano l’acqua mentre sei sotto la doccia, improvvisamente. Ho visto anche la guerra a Sarajevo e la situazione è molto diversa. Lì si aveva la concreta percezione di una città sotto assedio. Qui non sai mai cosa possa capitare e quando». E prosegue: «Per noi, che siamo venuti a Kiev per scelta, per dare una mano a questa gente, è già molto difficile operare, ma penso ai malati, agli anziani, ai disabili che si trovano senza riscaldamento o senza energia. Fino alle 16.30 circa c’è un po’ di luce e poi buio, fino alla mattina successiva. Per loro è ancora più dura. Se sei fortunato, verso le 22 arriva un po’ di corrente, ma per pochissimo tempo. Il sindaco di Kiev ha consigliato alle famiglie che ne hanno la possibilità di spostarsi verso l’ovest del paese, dove comunque ci sono difficoltà ma in misura minore».

Tra circa un mese, il 24 febbraio, saranno 4 anni dallo scoppio della guerra in Ucraina. Per il quarto inverno consecutivo questo popolo affronta una guerra estenuante che non sembra avere fine. «La gente è stanca. C’è sconforto e amarezza. Si sono abituati alle continue schermaglie e alle tante parole e promesse di chi ha in mano le sorti di questa guerra, ma hanno paura che se mollano e cedono, la situazione sarà pure peggiore per loro».

 

 

 

Il Cuamm partecipa al Viaggio della Fiamma Olimpica

È con gioia e onore che oggi, 20 gennaio, abbiamo partecipato al Viaggio della Fiamma Olimpica, ad Abano Terme. Giovanni Putoto, medico Cuamm, è stato tedoforo della 44ª tappa, accompagnato dai nostri volontari.

«Porto la Fiamma dei 75 anni del Cuamm, e delle quasi 3.000 persone che sono state con noi in Africa – ha detto Giovanni – essere qui è un’emozione grandissma».

Un’occasione preziosa per portare anche nel cammino verso le Olimpiadi un pezzetto del nostro impegno quotidiano. Questa fiaccola è per tutti i medici e gli operatori sanitari che lavorano al nostro fianco e che ogni giorno mettono a disposizione tempo, energie e competenze per dare forma a un mondo in cui solidarietà e inclusione siano davvero valori guida. Proprio come nello sport.

Imparare a nutrire

Ha dodici figli, Pili Mtundu. Con il marito e i bambini vive nel villaggio di Mlodaa, nel distretto di Chamwino, in Tanzania. Una casa semplice, di appena due stanze, ospita l’intero nucleo familiare. La vita quotidiana ruota attorno all’agricoltura, che garantisce il sostentamento della famiglia. Entrambi i genitori si prendono cura con dedizione dei loro figli e possono contare sul supporto della comunità e dei leader locali.

Qualcosa si incrina, però, quando nascono gli ultimi tre gemelli. Bahati, Shukrani e Baraka vengono al mondo alla 36ª settimana di gravidanza, con un peso molto basso — 1,5 kg, 1,5 kg e 2 kg. Pili li allatta al seno e introduce progressivamente un’alimentazione complementare basata soprattutto su porridge di cereali. Ma a 15 mesi, le condizioni dei tre piccoli peggiorano rapidamente. Ricoverati all’ospedale distrettuale di Chamwino, il personale sanitario diagnostica un grave stato di malnutrizione acuta, accompagnata da diarrea e vomito. Per 14 giorni, i gemelli vengono presi in carico dal Centro di Trattamento Intensivo (CTI).

A determinare questa situazione non è stata l’assenza di cibo. Forme acute di malnutrizione, infatti, non sono sempre legate all’estrema povertà, ma spesso a una mancata consapevolezza su quali nutrienti siano fondamentali per una crescita sana nei primi anni di vita. Nel caso della famiglia Mtundu, la dieta quotidiana si basa quasi esclusivamente su ciò che viene prodotto nei campi: cereali e frutta a guscio, con una scarsa diversità alimentare.

Per Bahati, Shukrani e Baraka, però, il percorso di cura non si ferma alla fase più critica. Dopo le dimissioni dal CTI, i bambini proseguono il trattamento in regime ambulatoriale, con controlli settimanali. Parallelamente, prende forma un lavoro altrettanto decisivo: l’educazione nutrizionale della famiglia. Attraverso visite domiciliari e il confronto costante con il personale sanitario, Pili e il marito ricevono indicazioni su alimentazione infantile, igiene, utilizzo dell’acqua e prevenzione delle infezioni. Non solo cosa mangiare, ma come e quando farlo, soprattutto nei primi anni di vita. Un’iniziativa resa possibile dal progetto “Diverse Food System: Miglioramento della nutrizione col supporto a un sistema alimentare diversificato e sostenibile”, sostenuto dalla Cooperazione Italiana e da Fondazione Zanetti.

Grazie alla continuità delle cure e a un cambiamento delle pratiche quotidiane, Bahati, Shukrani e Baraka sono guariti e posso crescere sereni con la famiglia. La loro storia racconta la centralità della prevenzione e l’educazione nutrizionale come parte integrante della salute infantile.

Il saluto del Cuamm al neonatologo Gianpaolo Donzelli

Il Cuamm ricorda con stima e riconoscenza Gianpaolo Donzelli, neonatologo originario di Rovigo, fiorentino d’adozione, scomparso ieri all’età di 78 anni. Una vita dedicata alla cura dei più piccoli, non solo in Italia, ma anche in Africa. Negli anni Settanta, dal 1975 al 1977, infatti aveva prestato servizio proprio con il Cuamm in Tanzania, presso l’ospedale di Tosamaganga, come direttore della Pediatria.

Conseguita la laurea in medicina a Bologna, si è specializzato a Firenze dove ha deciso di vivere e lavorare. Dal 1973 al 1975 ha lavorato presso il Pronto soccorso dell’Azienda ospedaliera universitaria Meyer, dove ha anche diretto, tra l’altro, il Reparto di terapia intensiva neonatale dell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze. Dal 1978 al 1981 è stato ricercatore al Cnr, dal 1982 al 2018 prima ricercatore e poi professore alla facoltà di Medicina dell’Università di Firenze. Tra le varie cariche è stato coordinatore del Centro malattie pediatriche della Regione Toscana, presidente della Fondazione Meyer, membro del Comitato nazionale per la bioetica.

Alla moglie Rosetta, parte attiva nel Gruppo di appoggio di Firenze, e ai suoi cari va tutta la vicinanza e l’affetto della famiglia Cuamm.

I funerali si terranno domani sabato 10 gennaio alle ore 15, presso la Basilica di San Miniato in Monte a Firenze. 

 

(foto da: La Nazione)

 

Marburg in Etiopia la nostra risposta di emergenza

Un’epidemia di Marburg ha recentemente colpito la regione del South Omo, in Etiopia.

Risale al 14 novembre il primo caso, confermato poi dal Ministero della Salute etiope il 22 dicembre quando è stata dichiarata l’epidemia.

Riadattando le priorità progettuali, come Medici con l’Africa Cuamm siamo intervenuti sin dai primi giorni per far fronte a questa emergenza in modo tempestivo ed efficace. Nel distretto di Hammer, epicentro del focolaio e Dasenech, abbiamo fornito supporto di emergenza all’ospedale primario di Turmi e a sette centri di salute afferenti concentrandoci su cinque aree: sorveglianza, triage e screening, prevenzione e controllo delle infezioni, formazione del personale e attività di Comunicazione del Rischio e Coinvolgimento della Comunità (Rcce).

Farmaci essenziali, forniture mediche e dispositivi di protezione individuale sono stati forniti alle strutture in difficoltà con l’obiettivo di migliorare la preparazione, rafforzare la capacità di risposta all’ emergenza, proteggere il personale sanitario e garantire la continuità delle cure essenziali.

Tra i materiali donati: antibiotici e antimicrobici per il trattamento delle infezioni e la prevenzione delle complicanze; farmaci di emergenza e per la stabilizzazione dei casi acuti; analgesici e farmaci per il trattamento sintomatico oltre a quantità significative di fluidi endovenosi e materiali per la reidratazione.

Per ridurre il rischio di trasmissione, sono stati distribuiti materiali per la prevenzione e il controllo delle infezioni come guanti, protezioni oculari, disinfettanti e alcol denaturato. Materiali chirurgici e di consumo hanno supportato la sicurezza delle procedure cliniche, i servizi di salute materna e gli interventi di emergenza. Materiali diagnostici, inclusi test di gravidanza e test per l’Epatite C, hanno garantito la continuità dei servizi diagnostici essenziali.

Marburg, è una grave malattia virale causata dal Marburg marburgvirus (Marv) appartenente alla stessa famiglia del virus Ebola. Con un tasso di letalità attestato al 50% questa febbre emorragica può essere trasmessa per contatto diretto con sangue o altri fluidi corporei di un soggetto infetto o tramite contatto indiretto con superfici o oggetti contaminati. Prevenzione e controllo risultano fondamentali nel contenimento dell’epidemia.

L’intervento di risposta all’epidemia di Marburg in South Omo è stato possibile grazie al supporto della Cooperazione italiana e ai fondi del valore di 2,4 milioni di Birr stanziati nell’ambito del progetto Impact.

 

Servizio civile in Angola sentirsi parte

Dieci mesi da trascorrere in Angola, a Chiulo, arrivando quasi all’improvviso da Milano. «All’inizio è stato spaesante», racconta Irene Verdoscia, ostetrica in Servizio civile con il Cuamm. «Sono arrivata in un momento di grande passaggio: il personale stava cambiando, chi era lì da anni era a fine corsa. Inserirsi non è stato immediato».

Lo spaesamento non è stato solo professionale. C’è voluto del tempo anche per prendere confidenza con alcune limitazioni della vita quotidiana: le regole di sicurezza, il coprifuoco serale, l’impossibilità di muoversi liberamente. Un sentimento che però è stato presto sciacquato via da un inaspettato senso di meraviglia per l’accoglienza delle persone del posto.

«Qui tutto è famiglia», racconta. «Le colleghe più grandi diventano “nonne”, quelle poco più grandi “zie”. Qui tutti ti salutano, ti sorridono, ti fanno sentire parte di qualcosa». Ed è in questo equilibrio tra limiti e relazioni che l’esperienza di Irene ha iniziato a prendere forma.

«Sto vedendo e facendo cose che in Italia probabilmente avrei incontrato molto più avanti, o forse mai», racconta. Lavorare con risorse limitate significa fare i conti con l’incertezza e con l’impotenza, ma anche ripensare il senso del proprio ruolo. «Qui la vita e la morte sono più vicine. In Italia un’ostetrica difficilmente vede morire una donna di parto. Qui è successo già due volte, in meno di sei mesi. Non è poco».

Eppure, i cambiamenti sono tangibili. Sempre più donne arrivano in ospedale per partorire, grazie al lavoro delle brigate e delle case d’attesa. «Si capisce quanto sia importante il parto sicuro, e quanto il lavoro del Cuamm negli anni abbia fatto la differenza. C’è ancora tanto da fare, soprattutto sulla formazione, ma la direzione è quella giusta».

Tra le tante storie, Irene ne porta nel cuore una in particolare. Era il suo secondo parto a Chiulo. Il neonato non respirava e doveva essere rianimato. «Mentre lavoravamo, la mamma ha chiesto se fosse maschio o femmina. E ha detto: se è femmina si chiamerà Irene». Il bambino è nato maschio, ma il nome è rimasto. «Per me è stata un’esperienza fortissima. Mi ha davvero trasmesso l’importanza che può avere la fiducia di una mamma nei tuoi confronti, in contesto come questo».

Alla domanda se consiglierebbe il Servizio civile con il Cuamm, Irene non ha dubbi. «Sì, perché ti cambia lo sguardo. Radicalmente. Viviamo incastrati in una società che crea molte sovrastrutture e spesso fa perdere il senso delle cose. Qui ridimensioni i tuoi problemi. La vita magari è più complessa e faticosa, ma scorre in modo fluido, naturale. E qui, come ostetrica, sei veramente utile. Se dobbiamo usare il nostro tempo per qualcosa, farlo dove c’è bisogno dà un significato diverso a tutto».

 

Dare forma ad un impegno

Sta prendendo forma, ad Abidjan, un grande impegno che ci vede coinvolti come partner al fianco dell’università di Padova nella riqualificazione dell’ospedale di Abobo e nel potenziamento di due strutture sanitarie afferenti: Abobo Avocatier e Abobo Baoulé.

A maggio avevamo lanciato questa grande iniziativa con una cerimonia ufficiale proprio nella città ivoriana. Ora, a distanza di mesi, l’impegno diventa concreto. Il cantiere procede infatti a ritmo serrato, anche nei giorni di festa, per riuscire a restituire al più presto alla popolazione spazi nuovi, più funzionali e nuove opportunità di cura a partire dall’ampliamento della capacità recettiva, con il potenziamento delle unità di maternità e di neonatologia e l’introduzione di servizi di supporto come la banca del sangue e il centro per l’ossigeno.

Lunedì 22 dicembre ci siamo recati sul campo per constatare lo stato di avanzamento dei lavori che interessano spazi preesistenti da riqualificare, servizi da ridistribuire e un grande ampliamento da effettuare per i servizi materno-infantili. Nello specifico, il polo dedicato ai servizi di ginecologia-ostetricia e neonatologia avrà una superficie di 2250 mq a fronte dei 770 attualmente disponibili; il numero letti di degenza gineco-ostetrica passerà da 28 a 56 e il numero letti di degenza in neonatologia da 12 a 32.

Alla visita, condotta proprio all’interno del grande cantiere, hanno preso parte: la Dott.ssa Roberta Ronzitti, Vice Capo Missione dell’Ambasciata d’Italia in Costa D’Avorio;  Alessandro Rabbiosi, Rappresentante dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e i partner di progetto dell’Università di Padova, rappresentata dalla Professoressa Liviana Da Dalt; insieme ad una rappresentanza delle istituzioni ivoriane tra cui: Yeo Pena, Responsabile del Dipartimento tecnico del Ministero della Salute; Dr Kassi Georges, Direttore Regionale della Salute di Abidjan 1; Dr Kanga Charles, Diretto del Distretto Sanitario di Abobo Est e una rappresentanza dell’ospedale stesso: Dottoressa Nathalie Tan Fondio, Direttrice dell’ospedale e Dr. Kouadio Kouadio Marcellin, Direttore Sanitario.

«Due parole riassumono il senso di questo progetto: grazie, mamme e bambini.

Grazie innanzitutto, perché senza il sostegno concreto e duraturo dell’Italia al rafforzamento del sistema sanitario ivoriano non saremmo qui oggi. Un ringraziamento speciale va anche al Ministero della Salute per il suo impegno costante verso la popolazione di Abobo e per la fiducia riposta in questo partenariato. Madri e bambini sono al centro del progetto: l’elevata presenza di donne e bambini osservata durante la visita riflette sia l’ampiezza dei bisogni sia il ruolo fondamentale dell’ospedale di Abobo nella salute materno-infantile. Le infrastrutture sono essenziali, ma altrettanto lo è la formazione del personale sanitario locale. In questo senso, la collaborazione tra Cuamm e l’Università di Padova è un elemento chiave: insieme continueremo a rafforzare le competenze locali per garantire cure di qualità e durature a beneficio di madri e bambini.» ha detto don Dante Carraro. 

«La salute materno-infantile è una priorità per il Governo ivoriano. Il Ministero ha avviato programmi nazionali per migliorare l’accesso a cure di qualità, con particolare attenzione alla formazione di infermieri, ostetriche e medici attraverso partenariati istituzionali. Ridurre la mortalità materna e infantile è essenziale per l’ambizione della Costa d’Avorio di diventare un hub sanitario in Africa occidentale. Questo progetto contribuisce pienamente a tale obiettivo, e ne siamo grati. La formazione, in collaborazione con l’Università di Padova, è centrale: le infrastrutture sono fondamentali, ma sono le risorse umane qualificate a fare la differenza. Ringraziamo CUAMM, l’Università di Padova e lo Stato italiano per l’impegno a favore di madri e bambini ad Abobo.» ha dichiarato Yao Pena, Responsabile del Dipartimento tecnico del Ministero della Salute.

«I bisogni del distretto di Abobo sono stati individuati nel 2024 e, entro la fine del 2025, siamo già operativi sul campo. Ciò è stato possibile grazie all’impegno di un team di alto livello, italiano e ivoriano.Restano alcune sfide, in particolare nella pianificazione degli spazi e nell’organizzazione della struttura, ma i progressi raggiunti sono molto incoraggianti. In appena un anno e mezzo abbiamo già raggiunto un ottimo livello di avanzamento.»  ha concluso Roberta Ronzitti, Vice Capo Missione dell’Ambasciata d’Italia in Costa d’Avorio.

Abobo Est è un contesto urbano in rapida espansione. Cuore pulsante del distretto autonomo di Abidjan, in questo quartiere vivono circa 750.000 persone. Nel solo ospedale di Abobo, nel 2024 sono stati registrati 8.000 parti. Una media destinata a crescere che rende necessario il potenziamento dei servizi. Da qui, la decisione di intervenire lavorando al fianco delle autorità sanitarie governative con un’iniziativa promossa nell’ambito del Piano Mattei, grazie al supporto finanziario del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Sanitaria attraverso l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo.

 

Cabo Delgado, prendersi cura del trauma dello sfollamento

«Chi vive l’esperienza dello sfollamento, chi si trova costretto a lasciare tutto, porta con sé una cicatrice. La mia, dopotutto, oggi mi permette di fare al meglio il mio lavoro qui, tra gli sfollati di Cabo Delgado».

Elisa Tembe, psicologa Cuamm a Cabo Delgado, in Mozambico, lavora ogni giorno con chi ha perso tutto. Donne, uomini, bambini e bambine che a causa delle violenze scoppiate ormai nel 2017, hanno dovuto abbandonare le proprie case e la propria terra. Secondo dati Unhcr, dall’inizio degli attacchi sono 1,3 milioni gli sfollati interni – un terzo della popolazione totale di Cabo Delgado mentre solo nel 2025, l’intensificarsi delle violenze per mano dei gruppi armati ha provocato lo sfollamento forzato di oltre 250.000 persone. A questi, si aggiungono le 6.000 vittime di una crisi protratta e dimenticata.

«Lasciare un luogo che si considera casa è un’esperienza traumatica. L’impatto emotivo e psicologico è grande. Molte persone vanno avanti aspettando il momento di poter fare ritorno nel proprio luogo di origine, altri ci provano più e più volte» ci ha detto Elisa.

Anche lei conosce il dolore di chi si è lasciato alle spalle tutto e il trauma di dover immaginare una vita nuova, in un luogo che non è casa. Le è successo quando, nel 2020, per paura degli attacchi ha abbandonato il distretto di Macomia, dove viveva con i suoi due figli ed è arrivata a Montepuez. Accolta da alcuni familiari, Elisa ha iniziato a ricostruire la sua vita.

«Quando ho iniziato a lavorare con persone che avevano vissuto la mia stessa esperienza, mi sono resa conto della fortuna che avevo avuto e di quanto fosse stato salvifico, per me, avere avuto intorno amici e familiari. Ricevere supporto in una condizione di disperazione è fondamentale, sentirsi visti e ascoltati può davvero fare la differenza».

Oggi Elisa lavora nel team Cuamm di Cabo Delgado, vive e lavora a Pemba dove gestisce un progetto sulla violenza di genere finanziato da Unhcr, l’Agenzia delle nazioni unite per i rifugiati. L’esperienza personale, la formazione in psicologia e l’educazione familiare ricevuta sin da bambina le permettono di fare al meglio il suo lavoro, contando sulla fiducia e la stima di chi ogni giorno è sul campo al suo fianco e delle persone che assiste, sfollati interni e non solo.

Lo sfollamento forzato ha infatti un peso spesso invisibile sulle comunità ospitanti. La pressione su risorse e servizi (acqua, cibo, alloggi, sanità), l’impatto economico (mercato del lavoro, costi sociali), le tensioni sociali e culturali (conflitti, xenofobia), e il deterioramento delle infrastrutture e dei mezzi di sussistenza locali, aggravano una situazione già di partenza fragile e creano nuove vulnerabilità per tutti rendendo necessari interventi integrati.

«A Cabo Delgado tutti hanno bisogno di sostegno. Lo sfollamento colpisce l’intera comunità su larga scala ma ogni persona reagisce in modo diverso al trauma. Ogni individuo trova la propria resilienza e il proprio modo di applicarla. Con il nostro intervento proviamo ad offrire supporto affinché la comunità possa sostenersi reciprocamente».

Nell’ambito dell’intervento che Elisa gestisce come Project Manager, si lavora sulla componente psicologica e legale grazie ad un gruppo multidisciplinare composto da psicologi, assistenti legali e attivisti comunitari. Ad attività di supporto psicologico e legale, sensibilizzazione ed educazione, si aggiunge poi una componente formativa. Attraverso attività pratiche come quelle di falegnameria e cucina, e corsi di formazione professionale, il progetto mira a favorire l’indipendenza economica e la piccola imprenditoria.

© UNHCR/Isadora Zoni

In occasione della cerimonia organizzata a Maputo per i 75 anni dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati e i 50 di indipendenza del Mozambico, Elisa ha condiviso la sua storia, l’impegno che porta avanti insieme al team Cuamm e la speranza che nutre per il futuro: che queste comunità diventino capaci di gestire autonomamente le sfide che verranno e che ogni persona possa essere libera di vivere dove si sente a casa.