Un volto amico in Questura

Accogliere, supportare, ascoltare. Sono queste le premesse con cui è nata la collaborazione tra il Cuamm e l’Ufficio Immigrazione della Questura di Bologna, attiva dal 3 giugno 2025 sulla scia di quanto già sperimentato con successo alla Questura di Padova.

Grazie ad una rete di volontari e volontarie, attualmente una decina, da quattro mesi è presente un servizio di affiancamento e di accoglienza, con il compito di indirizzare verso gli sportelli corretti le persone che si presentano in questura per regolarizzare il proprio status in Italia, fornendo informazioni e facilitando la gestione degli appuntamenti.

Per chi ha intrapreso un percorso migratorio, la Questura rappresenta un luogo delicato e spesso decisivo per il proprio destino. Alla componente emotiva, vanno sommate le barriere linguistiche e la complessità della burocrazia italiana, un insieme di elementi che non semplifica l’accesso agli Uffici. Inoltre, l’altissima mole di lavoro e l’elevato numero di richieste e pratiche da sbrigare appesantiscono molto il lavoro dei funzionari, portando alla formazione di lunghissime code fuori dalla Questura, con una dilatazione importante dei tempi di attesa.

È per questo che abbiamo deciso di mettere a disposizione il nostro impegno e il nostro tempo, e di supportare utenti e lavoratori nello svolgimento di un lavoro fondamentale per garantire a ciascuna persona i propri diritti sul territorio italiano.

La nostra presenza, in questi mesi, si è tradotta in quasi 1.000 ore donate e oltre 5.000 visitatori supportati nella fase di accoglienza, con una media di 300 accessi al giorno. Grazie a questo sostegno, le persone non si sentono lasciate sole e il personale della Polizia di Stato può concentrarsi maggiormente sul lavoro agli sportelli, accelerando l’elaborazione delle pratiche.

A fine settembre, abbiamo svolto un primo incontro di aggiornamento tra volontari, un momento prezioso di confronto e di scambio sul lavoro svolto da giugno fino ad ora e sugli obiettivi dei prossimi mesi. La nostra volontà è portare avanti il servizio di accoglienza, crescendo sempre più nelle disponibilità e nella partecipazione, affinché ogni persona possa sentirsi accompagnata e non lasciata sola in momenti così delicati del proprio percorso in Italia.

Fai la tua parte: unisciti a noi! Contattaci al numero 345 035 2811, oppure scrivi una mail a s.isidoris@cuamm.org.

Non solo la fame

Non solo la fame. Dietro l’insicurezza alimentare, c’è un cambiamento profondo che attraversa comunità intere, modificando relazioni, ruoli e speranze. Ayen Manyuol Gak, 35 anni, madre di sei figli, viene dal villaggio di Malith, nel Sud Sudan. È ricoverata all’ospedale statale di Rumbek con la sua bambina di sei mesi, affetta da malnutrizione.

«Le cose andavano meglio un tempo. Le piogge erano più prevedibili e la comunità era più unita. Ci si aiutava a vicenda, prestando i buoi per l’aratura o condividendo il cibo dopo i raccolti abbondanti. Oggi si può solo pensare al domani», racconta.

Nello Stato dei Laghi, dove vive Ayen, il clima non segue più regole conosciute. Le inondazioni si alternano a siccità sempre più lunghe, distruggendo i raccolti e riducendo la produzione agricola.

«Per coltivare servono i buoi, ma quasi nessuno li ha più – spiega – Chi prova a seminare rischia: se le piogge arrivano tardi, tutto va perso. E se arrivano troppo presto, anche».

I terreni coltivabili si riducono, e con loro le possibilità di garantire un pasto regolare alle famiglie. Il prezzo della farina di mais, alimento base, è salito a 255.000 pound sud sudanesi — oltre 45 dollari — per un sacco da 25 chili: una cifra fuori portata per chi vive con stipendi pubblici che arrivano con mesi di ritardo, e valgono meno di 2 dollari al mese.

La fame, però, non è solo mancanza di cibo. È anche frammentazione sociale, perdita di fiducia e di solidarietà. Un tempo, chi non aveva nulla poteva contare sui vicini. Oggi chi è povero viene spesso evitato, perché tutti temono di non avere abbastanza. Le famiglie si restringono, o si allargano in modo precario: parenti e conoscenti si trasferiscono nelle case di chi ha un lavoro o un po’ di cibo, facendo crescere i consumi e aumentando la tensione.

A pagare il prezzo più alto sono le donne e i bambini. Insicurezza alimentare, infatti, significa anche l’incremento dei matrimoni precoci: in alcune famiglie, capita che appena una ragazza abbia le prime mestruazioni, venga data in moglie a un uomo ricco di bestiame. È l’unico modo per garantire qualcosa da mangiare.

Anche l’istruzione si ferma: tanti bambini lasciano la scuola perché le famiglie non possono più permettersi le rette. Ogni anno perso tra i banchi diventa una barriera in più per il futuro. E l’analfabetismo pesa anche sull’agricoltura. «Molti non sanno come far ruotare le colture o quando seminare», racconta Ayen. Così i raccolti si esauriscono in fretta e, quando arrivano i giovani dai campi di bestiame, consumano tutto ciò che gli anziani hanno prodotto.

La fame, in Sud Sudan, non è solo una condizione biologica. È un processo che disgrega. Cambia le priorità, i legami, i sogni.

 «Un tempo, con due dollari si viveva due giorni. Oggi, dieci non bastano per uno solo. Nessuno sa come sarà la vita l’anno prossimo – dice Ayen. – Ma se torneranno le piogge giuste, forse anche noi potremo tornare a vivere insieme».

Nel racconto di Ayen c’è il senso profondo della Giornata mondiale dell’alimentazione: la fame non è mai solo mancanza di cibo, ma di equilibrio, di pace, di futuro. Garantire sicurezza alimentare significa restituire stabilità e dignità alle comunità. Significa, in definitiva, ricostruire la vita dove oggi c’è soltanto sopravvivenza.

Cura è competenza: investire nel personale sanitario in Sierra Leone

3,7 il numero di figli medi per donna, 443 ogni 100.000 nati vivi, il tasso di mortalità materna, circa 6,4 operatori sanitari ogni 10.000 abitanti, 50 infermieri anestesisti per una popolazione di quasi 9 milioni di persone.
Siamo in Sierra Leone e bastano questi numeri per raccontarci di una situazione socio-sanitaria molto fragile, caratterizzata da una grave carenza di personale qualificato e di specialisti, in particolare nelle aree rurali come Pujehun. È proprio in questo contesto che si sta sviluppando un programma innovativo di formazione e tutoraggio per infermieri specializzandi in anestesia, l’unico nel suo genere in tutto il Paese.

“Durante il nostro tirocinio clinico presso l’Ospedale materno di Pujehun, siamo stati assegnati al blocco operatorio per undici settimane al fine di acquisire esperienza pratica in ambito anestesiologico”, inizia a raccontare Esther Kamara, una delle specializzande del programma. “Grazie alla guida e supervisione del Dr. Robert e del Dr. Dhillon, abbiamo migliorato le nostre competenze nella gestione del paziente nel periodo preoperatorio, intraoperatorio e postoperatorio, imparando a riconoscere e trattare le complicanze dell’anestesia. Abbiamo approfondito la conoscenza sui farmaci anestetici e sulla loro somministrazione, così come sul corretto funzionamento delle attrezzature”, ha proseguito Esther.

In un contesto in cui le gravidanze, spesso adolescenziali, sono così elevate e anche le complicanze ostetriche, la figura degli anestetisti diventa ancora più essenziale e la loro formazione, prioritaria.

“Tutti i tirocinanti hanno dimostrato fin da subito grande impegno e dedizione e la valutazione condotta ad inizio, metà e fine tirocinio ha mostrato un marcato miglioramento delle loro capacità cliniche, della loro sicurezza e competenza. Questo ha reso la nostra supervisione ancora più gratificante”, racconta Robert Ejangat, tecnico di anestesia ugandese che affianca e forma i giovani in questo percorso. “Sono rimasto molto colpito perché uno dei tirocinanti è stato motivato a iscriversi al programma dopo aver perso la sorella incinta. Avrebbe avuto bisogno di un intervento d’urgenza per far nascere il suo bambino ma sfortunatamente, all’arrivo in ospedale, non c’era nessun anestesista ad assisterla, finendo così per perdere la vita. Le madri non dovrebbero morire mentre danno alla luce nuove vite”, ha concluso Robert.

Il programma nasce dalla collaborazione tra il Ministero della Salute della Sierra Leone, il Dipartimento di Anestesia e rianimazione del Complesso ospedaliero universitario dell’Ospedale Connaught, e Mercy Shipsattraverso il progetto “S.K.I.L.L.E.D” – finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) attraverso l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e implementato da Cuamm. Le attività di formazione procedono con successo, dando un grande beneficio all’Ospedale e alla comunità perché l’equipe anestesiologica ha garantito la copertura completa della sala operatoria, assicurando il buon esito generale degli interventi.

“L’ambiente di lavoro è stato favorevole, il personale disponibile e collaborativo. C’è stato un ottimo lavoro di squadra”, ha affermato Mohamed Mansaray, un altro tirocinante del programma. “Siamo stati incoraggiati a porre domande che ci permettessero di riflettere su ciò che stavamo facendo, a sviluppare un pensiero critico attraverso le decisioni cliniche. Il feedback costante da parte dei formatori ci ha spinto a migliorare le nostre abilità tecniche, il giudizio clinico e la comunicazione”, ha concluso Foday Mansaray.

Non sono comunque mancate le sfide. Una sala operatoria meglio equipaggiata avrebbe consentito ai tirocinanti un’esperienza ancora più arricchente, consentendo loro di praticare una gamma più ampia di procedure e di acquisire maggiore familiarità con diverse pratiche anestesiologiche, come l’anestesia pediatrica oltre a quella ostetrica. La carenza di risorse ha inevitabilmente un impatto sulla qualità delle cure: il tavolo operatorio è piuttosto vecchio e ha perso alcune funzioni, spesso vitali, per eseguire delle manovre importanti durante le procedure intraoperatorie; e poi, c’è poca luce in sala, garantita da una sola piccola e vecchia lampada operatoria.

Nonostante i limiti, la motivazione, la dedizione al lavoro, l’impegno e l’investimento nello sviluppo di potenzialità e competenze di questi giovani sono ottime premesse per il futuro, un futuro in cui la Sierra Leone possa contare su un’assistenza sanitaria di qualità e su personale qualificato.

Supporto mentale e sostegno psicosociale nell’emergenza

Milioni di persone nel mondo vivono ogni giorno sofferenze indicibili a causa di conflitti armati, disastri naturali e altre crisi umanitarie. Noi di Medici con l’Africa Cuamm ne siamo testimoni diretti, impegnati quotidianamente nel garantire a tutti il diritto alla salute.

Costrette a fuggire, a subire violenze o a fare i conti con la distruzione provocata da eventi climatici estremi, le persone, nei contesti di emergenza, spesso restano escluse da servizi essenziali come acqua potabile, assistenza sanitaria ed educazione. In molti casi, a mancare è anche il supporto mentale e il sostegno psicosociale (Mhpss).

Con Mhpss si intende qualsiasi forma di aiuto — locale o esterno — volta a tutelare o promuovere il benessere psicosociale, prevenire o trattare disturbi mentali e rafforzare la resilienza delle persone colpite da crisi come conflitti o disastri.

Oggi il Mhpss è parte integrante e imprescindibile degli interventi Cuamm nei contesti di crisi. Per proteggere e promuovere la salute mentale delle persone durante un’emergenza, lavoriamo in modo coordinato con tutti gli attori umanitari: istituzioni pubbliche, Ong e organizzazioni della società civile.

«Il Mhpss non è un optional, ma un elemento essenziale di ogni risposta umanitaria» sottolinea Andrea Atzori, Responsabile delle Relazioni Internazionali di Cuamm. «Questi servizi devono essere integrati in modo naturale in ogni intervento e a tutti i livelli — dagli approcci comunitari fino al sostegno mirato per i gruppi più vulnerabili. Solo garantendo accessibilità, efficacia e sostenibilità possiamo davvero fare la differenza».

Quasi tutte le persone colpite da una crisi vivono una forma di disagio psicologico. Tuttavia, chi ha subito traumi causati da azioni umane — come guerre e violenze — ha un rischio maggiore di sviluppare disturbi mentali gravi e duraturi rispetto a chi è stato colpito da disastri naturali. La differenza sta nel tipo, nella causa e nella durata del trauma, spesso prolungata nel tempo.

L’esperienza in Mozambico

Dal 2017 la provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, è al centro di attacchi da parte di gruppi armati non statali. Ad essere colpiti, sono principalmente i civili. Gli scontri hanno provocato violenze, sfollamenti di massa e la frattura del tessuto sociale.

Oggi nella provincia si contano circa 426.000 sfollati interni, pari al 70% della popolazione sfollata dell’intero paese. Attivo nell’area dal 2012, Cuamm offre servizi di supporto psicologico e psicosociale su più livelli: dalla mobilitazione comunitaria alla consulenza individuale, dall’apertura e gestione dei casi al rinvio ai servizi di protezione, assistenza legale e sanitaria.

Le nostre squadre mobili — composte da psicologi, tecnici psichiatrici, leader comunitari ed esperti di violenza di genere — visitano quotidianamente i campi per sfollati e le comunità ospitanti per individuare e accompagnare adulti e adolescenti che necessitano di aiuto. I casi lievi o moderati vengono seguiti con sedute di counseling comunitario, mentre quelli più gravi vengono indirizzati a personale sanitario specializzato. Le sessioni di gruppo, basate su strumenti standardizzati, permettono di offrire un supporto tempestivo ed efficace.

Fondamentale è anche il coinvolgimento dei Comitati di Salute del Villaggio (Vhc), che lavorano per ridurre lo stigma, rafforzare le capacità locali, favorire il sostegno sociale e monitorare la salute mentale nelle comunità. Così facendo, contribuiscono a costruire resilienza e a rendere sostenibili gli interventi nel tempo.

I servizi Mhpss in Ucraina

Dall’inizio dell’aggressione russa nel marzo 2022, Cuamm ha assistito oltre 40.000 persone e supportato più di 29 strutture sanitarie in Ucraina, fornendo medicinali, attrezzature e supporto logistico per garantire cure salvavita.

Seguendo la strategia del Piano Nazionale di Risposta Umanitaria (Hnrp), nel 2023 abbiamo integrato nei nostri programmi anche i servizi di supporto mentale e sostegno psicosociale a beneficio delle popolazioni vulnerabili — in particolare sfollati interni e comunità ospitanti. Tra le conseguenze più comuni: disturbi d’ansia, depressione e disturbi post-traumatici (Ptsd).

A Chernivtsi e Vasylkiv sono state organizzate sessioni comunitarie e campi estivi per aiutare i più fragili, donne e bambini, a gestire lo stress della guerra e rafforzare la resilienza collettiva.

Parallelamente, operatori sanitari e assistenti sociali hanno partecipato a un percorso formativo organizzato dall’Università di Padova, articolato in dieci sessioni su temi come la cura di sé, la gestione dello stress, il disturbo da stress post-traumatico, la comunicazione in situazioni di crisi e la violenza sessuale e di genere (Sgbv).

A Napoli, insieme per la salute materna in Tanzania

Prevenire le complicanze ostetriche è possibile. Ed è l’obiettivo del nuovo progetto MACORESI, presentato ieri, 7 ottobre, presso il Rettorato dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”. Il progetto, il cui titolo è un acronimo di “Maternità Consapevole, Responsabile e Sicura come deterrente della fistola ostetrica“, è frutto della collaborazione tra l’Università Vanvitelli e Medici con l’Africa Cuamm ed è finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale tramite AICS.

Alla base, c’è un obiettivo preciso: promuovere la salute e i diritti delle donne in Tanzania, rafforzando la prevenzione e il trattamento delle complicanze ostetriche, in particolare della fistola vescico-vaginale, una delle più gravi conseguenze del parto non assistito, benché non molto nota, che segna profondamente la vita di molte donne, fisicamente e socialmente.

«Per noi questo progetto significa molto – ha affermato il nostro don Dante Carraro. – Da sempre il cuore del nostro impegno sono mamme e bambini. Sappiamo che le complicazioni ostetriche in Africa sono un’emergenza drammatica, ma possono essere affrontate con azioni semplici: prevenzione, formazione, accesso ai servizi. E per farlo serve lavorare insieme, unendo competenze e risorse».

Nel corso dell’evento, che ha visto la partecipazione anche del Viceministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Edmondo Cirielli, del Rettore Gianfranco Nicoletti e di Pasquale De Franciscis, ordinario di ginecologia e coordinatore del progetto, è stato ribadito il valore di un approccio “di sistema”, capace di mettere in rete realtà diverse per costruire un percorso di salute materna e riproduttiva più equo e accessibile.

«Sono orgoglioso, come Rettore e come medico, del lavoro svolto dai nostri docenti – ha sottolineato il Rettore. – In collaborazione con il Cuamm e in sinergia con l’Ospedale di Tosamaganga ed altre organizzazioni locali, porteranno un notevole miglioramento della qualità della vita alle pazienti».

«La salute è uno dei pilastri del Piano Mattei e un settore strategico della nostra azione – ha ricordato il Viceministro. – Questo progetto, che coinvolge due eccellenze come l’Università Vanvitelli e il Cuamm, riflette appieno la nostra capacità di mobilitare realtà che provengono dall’accademia e dalla società civile».

Nei prossimi tre anni, ha spiegato il Professor De Franciscis, MACORESI prevede interventi in Tanzania per formare il personale sanitario locale, rafforzare i servizi clinici e ostetrici, sensibilizzare le comunità sui temi della salute riproduttiva e della lotta alle discriminazioni di genere e promuovere il dialogo tra  gli ospedali.

«Sono onorato di coordinare questa iniziativa che testimonia l’impegno della nostra Università al servizio di territori e popolazioni estremamente svantaggiate».

Un impegno comune che conferma la volontà di fare della cooperazione sanitaria un ponte di conoscenza e solidarietà, capace di migliorare concretamente la vita delle mamme e delle comunità più fragili.

Alta formazione in Mozambico: seconda edizione

Una cerimonia ufficiale, all’Università Eduardo Mondlane (Ued) di Maputo, ha dato inizio all’anno accademico del Master in Emergenze Pediatriche e Neonatali promosso dalla stessa Università in collaborazione con l’Università di Padova, l’Università Cattolica del Mozambico (Ucm) e con il coordinamento di Medici con l’Africa Cuamm.

Il Master, lanciato per la prima volta nell’autunno del 2022, è ora giunto alla sua seconda edizione. Si tratta di un’importante opportunità di formazione avanzata e di apprendimento pratico sul campo per i 15 professionisti ammessi. Tutti i partecipanti provengono da un background medico: nove sono tecnici e infermieri, sei sono medici con formazione in pediatria e neonatologia. Arrivano da diverse province del Mozambico — Nampula, Zambézia, Manica, Sofala e Maputo — e condividono l’obiettivo di rafforzare le proprie competenze per migliorare la qualità dell’assistenza ai bambini e ai neonati nelle strutture sanitarie del Paese.

Durante la cerimonia, il professor Jahit Sacarlal, direttore della Facoltà di Medicina della Uem, ha sottolineato come il corso voglia formare professionisti capaci non solo di agire in ambito clinico, ma anche di sviluppare una solida capacità di fare ricerca scientifica:

«Questo master permetterà di stimolare la produzione scientifica con nuovi spunti e darà agli studenti gli strumenti per condurre ricerche sul campo, analizzare criticamente le evidenze e proporre soluzioni innovative. È un’occasione per valorizzare la loro capacità di fare ricerca, osservare e comprendere i bisogni reali del sistema sanitario.»

Anche il professor Daniele Trevisanuto, docente all’Università di Padova e direttore del Master, ha espresso soddisfazione per l’avvio del nuovo anno accademico:

«Rivolgo i miei migliori auguri agli studenti e professionisti che intraprendono questo percorso. La loro motivazione e il loro impegno sono un segno concreto di dedizione nel migliorare la cura dei neonati e dei bambini in Mozambico.»

Alla cerimonia hanno preso parte anche la Dottoressa Tufaria Mussà, della Facoltà di Medicina della Uem, e la dottoressa Kajal , in rappresentanza della Ucm di Beira, che hanno entrambe evidenziato l’importanza della collaborazione interuniversitaria e del rafforzamento della formazione specialistica nel Paese.

Nel corso dell’incontro, anche gli studenti hanno avuto modo di presentarsi, esprimendo entusiasmo e gratitudine per l’opportunità di partecipare a un programma di così alto livello, che unisce teoria, pratica e ricerca sul campo.

Questo corso, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca (Mur), rappresenta un passo significativo nel rafforzamento delle competenze pediatriche e neonatali nel Paese e un esempio virtuoso di collaborazione tra istituzioni accademiche mozambicane e italiane. Investire nella formazione di professionisti qualificati significa costruire le basi per un sistema sanitario più solido, capace di rispondere con efficacia alle emergenze e di garantire a ogni bambino il diritto a una cura di qualità.

San Severo cure in cammino

Lamine (nome di fantasia) sta salendo sul nostro pulmino quando lo incontriamo. Siamo a San Severo, nel ghetto di Casa Arena, in provincia di Foggia. Qui vivono centinaia di lavoratori stagionali, in gran parte migranti, senza diritti né tutele. La struttura, un tempo dotata di alcuni servizi, oggi non ha più corrente né acqua calda: le persone non riescono nemmeno a ricaricare i cellulari e si arrangiano come possono, in camerate affollate o container, circondati da vecchie bici e auto scassate.

Lamine sta accompagnando un amico a una visita sanitaria in uno dei nostri ambulatori mobili nella zona. Lui è arrivato in Italia da soli otto mesi e non si sente bene. Lamine traduce, gli sta vicino, si assicura che sia visitato con attenzione. È così che iniziamo a parlare con lui, in inglese.

«È qui da poco, è ancora provato dal viaggio – ci racconta – otto mesi non sono sufficienti per smaltire il trauma migratorio. In questi giorni vedo che non sta bene, al lavoro va lento, fa fatica. Non è come al solito».

Lamine invece è in Italia da dieci anni. È partito dal Gambia, ha attraversato il deserto e la Libia, dove ha atteso tre mesi il fratello per affrontare poi insieme la traversata in barcone. Da allora lavora nelle campagne del foggiano. Ne è valsa la pena?

«Sì, ne è valsa la pena. È difficile, molto difficile, ma nel mio paese non c’era prospettiva. Qui effettivamente non è molto diverso dal Gambia, ma almeno un po’ è meglio».

Condivide camerate con decine di persone, si arrangia con fornelletti al centro della stanza, affronta le stesse fatiche quotidiane dei suoi compagni, ma riesce a mandare qualcosa a casa, alla madre e ai fratelli e alle sorelle più piccoli: «È il mio primo pensiero».

Dopo l’amico, anche Lamine chiede di farsi visitare: dolori alla schiena, dovuti ai carichi pesanti e agli sforzi fisici che il lavoro nei campi comporta. Sono disturbi comuni, che incontriamo spesso durante le nostre attività di assistenza sanitaria.

Con il progetto Su.Pr.Eme 2, i nostri ambulatori mobili raggiungono regolarmente i cosiddetti ‘ghetti’ del foggiano, da Casa Arena a Casa Sankara fino ad altri insediamenti informali, portando cure di base, ascolto e vicinanza. È un lavoro quotidiano, fatto di relazioni costruite passo dopo passo, senza lasciare indietro nessuno.

Nella Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, voluta quest’anno da Papa Francesco con il titolo “Migranti, missionari di speranza”, ripensiamo alla storia di Lamine. Con le treccine, un cappellino da baseball, ha il sorriso di una persona che in qualche modo ha trovato una sua strada, una strada che è passata per per un deserto, per la Libia, per una traversata in mare e che è culminata nelle condizioni difficili, molto dure, che affronta qui, nei campi del foggiano. E che pure gli sembrano una prospettiva accettabile.

Potenziare cure neonatali ad Abobo

Venerdì, in un incontro con partner e autorità presso il centro sanitario di Anonkoua-Kouté, abbiamo consegnato attrezzature medico-sanitarie destinate a tre strutture del comune di Abobo, Abidjan.

I materiali donati, destinati ai reparti di neonatologia dell’ospedale di Anonkoua-Kouté, dell’ospedale generale confessionale Saints Cœurs de Clouetcha e del centro ospedaliero regionale Houphouët Boigny, permetteranno infatti alle strutture identificate di migliorare i propri servizi di assistenza e cura neonatale. Tra i dispositivi e gli strumenti forniti: apparecchiature per ossigenoterapia e aspirazione, maschere e dispositivi per ventilazione, strumenti diagnostici e per il monitoraggio.

In Costa d’Avorio, gli indicatori di mortalità materna e neonatale rimangono preoccupanti: 16 milioni di neonati muoiono nel primo mese di vita, di cui la metà nel primo giorno. Le cause principali sono la prematurità (30,1%), l’asfissia (27,6%) e le infezioni (20%) (EDS-CI 2021).

Con una popolazione stimata di circa 750.000 abitanti, Abobo rappresenta un contesto urbano in rapida espansione. In questa zona, anche i bisogni sanitari sono crescenti mentre le risorse e la capacità di gestione delle strutture restano fortemente limitate. Da qui, il progetto “Garantire cure neonatali di qualità ad Abobo, Abidjan” realizzato in collaborazione con Fondazione Paolo Chiesi e con il supporto tecnico del Ministero della Salute, dell’Igiene Pubblica e della Copertura Sanitaria Universale (MSHP-CMU). L’iniziativa si inserisce perfettamente nella strategia del Piano Nazionale di Sviluppo Sanitario della Costa d’Avorio, il cui obiettivo è la riduzione della mortalità materna, neonatale e infantile entro il 2025.

«L’iniziativa che celebriamo oggi è un primo passo. È altrettanto importante continuare a lavorare insieme, creando dei sistemi sanitari integrati in cui le strutture comunichino tra loro per colmare le disparità, in cui il personale è continuamente accompagnato, formato e valutato sulla base della performance. Per raggiungere questi obiettivi strategici, è fondamentale che perseguiamo insieme una sempre maggiore sinergia e coordinazione tra gli attori chiave: quelli istituzionali, come il Programma Nazionale di Salute della Mamma e del Bambino (PNSME) e i partner tecnici e finanziari, come Medici con l’Africa Cuamm e la Fondazione Paolo Chiesi» ha detto il Dr Meité, Direttore della Direzione per le Cure Infermieristiche, Materne e Infantili del Ministero della Salute ivoriano.

Papà Tito: un africano vero

“La notte fischia, il lago immenso e immobile come una prateria, Tito Dal Lago che ci aspetta tra la folla, guardingo e riccioluto, sotto una Luna gravida tra gli eucalipti. È il bianco più nero che abbia mai visto; non lascerebbe la sua Uganda per nessuna Europa di ricambio. In Africa è nato, “nato libero”, rimarca, guidando come un ranger il suo fuoristrada”. Lo descrive così Paolo Rumiz, ne Il bene ostinato.

Due occhi di un azzurro limpido e profondo, che ti scrutavano da dietro gli occhiali. Sembravano quelli di suo papà, il prof. Anacleto Dal Lago. Un uomo schivo, di poche parole, ma sempre presente. Uno di quelli su cui puoi contare, in ogni momento, per risolvere ogni problema e far girare le cose, con discrezione e professionalità.

«Sconcerto e profondissimo dolore. Un’enorme perdita per tutto il Cuamm – dice don Dante Carraro -. Quasi 40 anni di vita Cuamm vissuta CON l’Africa. Questo era Tito Dal Lago. Un grande amico di tutti, un punto di riferimento certo, un “africano” vero che ha amato l’Africa con tutta la sua vita e la sua famiglia. Migliaia di persone sono passate per quel porto, accogliente, che era la sua abitazione a Kampala in Ggaba Road, Kansanga, dove erano sempre pronti una macedonia e un caffè».

Nato a Nkobu, in Kenya, nel 1955, dove il padre Anacleto e la madre Bruna si erano trasferiti a inizio anno, subito dopo il matrimonio, Tito Dal Lago ha amato l’Africa e il Cuamm lungo tutta la sua vita. A fine anni Ottanta aveva cominciato a lavorare in Uganda, insieme alla moglie Nicoletta, dove ancora oggi ricopriva il ruolo di responsabile amministrativo del paese.

«Posso dire solo bene di Tito, un grande uomo, amichevole con tutti, sempre disponibile e presente», commenta Antonio Sebben, logista e tuttofare Cuamm che al fianco di Tito ha lavorato per oltre 20 anni.

E Chiara Conti, desk Uganda aggiunge: «Tito e Nicoletta sono stati i primi ad accoglierci quando siamo andati in Uganda per la prima volta, con mio marito Matteo e il nostro bimbo Gregorio nel 2008. Quando tornavo da loro, mi sentivo a casa. “Papà Tito”: così lo chiamava tutto lo staff in Uganda, perché era un punto di riferimento per tutti. Oltre al ruolo di responsabile amministrativo, si occupava anche di logistica, dei rapporti con l’ambasciata italiana e di accogliere tutti quelli che arrivavano nel paese, seguendo il loro viaggio e la loro permanenza».

Con affetto e profonda stima lo ricorda Peter Lochoro, coordinatore Paese in Uganda: «Tito Dal Lago, comunemente chiamato “Papà” dai colleghi  in Uganda, è stato una figura essenziale in Uganda. Sebbene il Cuamm abbia iniziato a operare nel paese nel 1958, si deve a Tito il merito di averne rafforzato la presenza, a partire dalla metà degli anni Ottanta, fino farlo diventare quello che è oggi:  una delle principali Ong sanitarie del paese. Tito ha trascorso 40 dei suoi 69 anni lavorando per il Cuamm in Uganda, un contributo personale di valore inestimabile. E’ stato un punto di riferimento, fonte di consigli e sostegno per il personale, a tutti i livelli, ed è questo che gli è valso il soprannome di Papà. Aveva una straordinaria capacità di trovare le soluzioni in modo semplice e diretto. Apprezzavamo la sua competenza, in tanti e diversi settori, che lo rendeva capace di dare i giusti consigli per le sfide che dovevamo affrontare. Attingendo alla sua lunga esperienza, faceva sempre tutto con l’umiltà e la semplicità che lo contraddistinguevano. Il vuoto lasciato da Tito è incolmabile. Prego Dio affinché la sua anima riposi in pace».

Tito Dal Lago, ieri sera, intorno alle 23.00, si è spento, in silenzio, improvvisamente, mentre era a casa insieme alla moglie Nicoletta. Lascia in tutta la famiglia Cuamm, dall’Africa all’Italia e nei cuori di chi l’ha conosciuto, un vuoto immenso.

«Lo accompagniamo in Paradiso con la nostra preghiera ed esprimiamo tutto il nostro affetto a Nicoletta, ai figli Francesco e Davide, e al fratello e alle sorelle», conclude don Dante.

Il funerale di Tito Dal lago si terrà il 2 ottobre a Kampala. A seguire, le sue ceneri saranno riportate in Italia e tumulate a Brendola, nella tomba dove riposano i genitori Anacleto e Bruna. A portare l’abbraccio di tutto il Cuamm, sarà il direttore don Dante Carraro.

Sarà possibile seguire le esequie di Tito Dal Lago al seguente link: https://www.youtube.com/live/EG839og3mAY

“Reagire” nonostante tutto: per dare servizi a mamme e bambini

Sono donne bambini, anziani: un’intera comunità che continua ad affrontare situazioni di conflitto, sfollamenti interni e disastri naturali nella regione del Tigray, nel nord dell’Etiopia. A fronte di questa grave crisi umanitaria, l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (AICS) si è impegnata a dare continuità all’aiuto per queste popolazioni vulnerabili, consolidando i progressi ottenuti con il progetto “Ripristino di servizi essenziali di salute, nutrizione e di assistenza alimentare a Shire in Tigray” in fase di conclusione, con un nuovo importante intervento dal titolo “REACT: Risposta Umanitaria Integrata alla Crisi del Tigray”.

L’impegno è davvero a reagire, nonostante tutte le difficoltà, e a continuare a sostenere l’accesso a servizi essenziali per queste popolazioni colpite da crisi ricorrenti.

Il nuovo intervento, avviato ufficialmente il 23 settembre a Shire, in Etiopia, è implementato da Medici con l’Africa Cuamm in collaborazione con il Vis e i Salesiani di Don Bosco. All’evento di apertura erano presenti rappresentanti degli Uffici regionali firmatari, degli Uffici sanitari zonali e woreda, dei partner umanitari, nonché direttori e amministratori delegati delle strutture sanitarie della regione. I partecipanti hanno espresso grande apprezzamento per i risultati ottenuti da Cuamm e hanno delineato le attività future nell’ambito dei progetti di emergenza AICS. In particolare, Mr. Gebremichael, direttore della Banca del sangue di Axum, ha sottolineato come Cuamm stia provando a colmare le lacune del sistema: “Finora, quasi nessuna organizzazione umanitaria ha sostenuto il sistema sanitario integrando i servizi della Banca del sangue. Tuttavia, Cuamm sta fornendo supporto sia tecnico che logistico per consentire alla Banca di funzionare a pieno regime. Questo supporto svolge un ruolo cruciale nella riduzione della mortalità materna e infantile, spesso causata dalla carenza di scorte di sangue nell’area di riferimento: un’area che copre quasi tre zone e una popolazione di circa 3 milioni di persone”.

Il nuovo progetto si propone di migliorare l’accesso ai servizi sanitari e nutrizionali essenziali e di protezione nelle Woreda di Shire Indasilasse e Indagabuna, con particolare attenzione a donne e bambini. Nello specifico, l’intervento interessa l’Ospedale Generale Suhul di Shire, l’Indagabuna Primary Hospital, e 4 centri di salute. E insieme, intende migliorare l’accesso al cibo per le famiglie sfollate, favorendo un aumento della disponibilità di fattori di produzione agricoli e della capacità produttiva per le famiglie nelle aree rurali. Crisi spesso dimenticata, quanto si sta verificando in Tigray ha reso la sua popolazione estremamente vulnerabile. L’instabilità e i disastri climatici hanno gravemente minato la sicurezza alimentare e l’accesso ai servizi essenziali colpendo soprattutto donne, bambini e anziani e causando centinaia di migliaia di sfollati interni (IDPs). Le aree rurali, in particolare, soffrono di una grave scarsità di risorse e la natura montuosa della regione complica ulteriormente l’accesso ai servizi essenziali. Le condizioni precarie della popolazione dal punto di vista igienico-sanitario e sociale e la carenza di strutture sanitarie funzionanti, hanno aumentato il rischio di morbilità e mortalità. Già prima delle crisi, il Tigray presentava alti tassi di mortalità materna (267 ogni 100.000 nati vivi, Banca Mondiale) e neonatale (27 ogni 1.000 nati vivi, Banca Mondiale). La copertura dei servizi sanitari essenziali è scarsa, con una bassa percentuale di nascite assistite da personale qualificato.

In continuità con il primo intervento, REACT si concentra sul ripristinare la funzionalità e la qualità delle strutture sanitarie, con un focus sulla sala parto e sulla neonatologia intensiva (NICU) dell’Indabaguna Primary Hospital, così come sul rafforzamento del sistema di acqua, igiene e sanificazione (WASH). Si mira a garantire la disponibilità continuativa di risorse essenziali, come farmaci, attrezzature e materiali di consumo favorendo l’introduzione di un sistema di manutenzione e gestione sostenibile. Inoltre, si provvede alla fornitura di carburante per il generatore per garantire il funzionamento continuo delle strutture sanitarie. Nell’ottica di rafforzare complessivamente il sistema sanitario, come è stato sottolineato dalle autorità locali, è fondamentale il potenziamento dei servizi di emergenza – urgenza, con focus sulle emergenze ostetriche, pediatriche e neonatali; e ancora, si fornisce supporto per la piena operatività e funzionalità della Banca del sangue di Axum e il consolidamento di quella dell’Ospedale di Shire, promuovendo campagne di sensibilizzazione sulla donazione. In ambito nutrizionale, si promuove il rafforzamento dei servizi nutrizionali integrati con particolare attenzione ai bambini sotto i 5 anni, donne incinta e in allattamento, grazie al coinvolgimento degli operatori di salute comunitaria, gli Health Extension Workers (HEWs), e dei leader di villaggio.

Non meno importante è l’attenzione dedicata alla formazione delle competenze e al potenziamento delle capacità del personale sanitario locale, con un supporto tecnico costante. Per migliorare la qualità delle cure, si inserirà un’ostetrica all’Indabaguna Primary Hospital, che assicurerà anche visite di monitoraggio regolari ai centri di salute di primo livello. E poi, un infermiere pediatrico presso il Suhul General Hospital per la NICU e l’area per la “Kangaroo care”, la pratica che prevede il contatto pelle a pelle tra un neonato pretermine e i suoi genitori. L’infermiere, a rotazione, assicurerà un monitoraggio regolare delle attività pediatriche sia all’Indabaguna Primary Hospital che nei centri sanitari. Infine, ci sarà un Health Officer senior per la supervisione della qualità delle cure fornite in tutte le strutture.

Un’attenzione prioritaria sarà rivolta alle donne, ragazze e bambine, migliorando i servizi di salute sessuale e riproduttiva, con campagne di sensibilizzazione e di educazione alla salute; rafforzando i sistemi di prevenzione e risposta alla violenza di genere e all’abuso e sfruttamento sessuale (PSEAH) e fornendo servizi comprensivi e gender-sensitive di salute mentale (MHPSS).

Adottare una prospettiva di sviluppo a lungo termine è parte integrante dell’approccio alla cooperazione di Cuamm. Ed è così anche in Tigray perché, coinvolgendo le autorità locali e le comunità, ci si impegna nella pianificazione e implementazione degli interventi di mitigazione del rischio e di risposta anche ad eventuali crisi future.