Nascere a 28 settimane cure salvavita a Tosamaganga

Uno scricciolo. Se dovessimo immaginarlo, dargli forma, avrebbe gli occhi lunghi di Bakara e la sua bocca tonda.

Bakara è nato nell’ospedale di Tosamaganga, in Tanzania. Un prematuro di 28 settimane, “di quelli che non sai se potrà bastare tutto il tuo impegno” confessa Giulia Guerrini – Jpo in pediatria.

«Sotto gli 800 gr sappiamo bene che i prematuri hanno scarse possibilità di farcela. – dice Martina Borellini medica Cuamm e responsabile della Nicu di Tosamaganga. Qui, nell’ospedale di Tosamaganga, non abbiamo mai dato per scontato questo finale. Non era infatti mai successo che riuscissimo a dimettere un paziente nato sotto gli 800 gr».

L’ospedale di Tosamaganga è un centro di secondo livello, una struttura grande che può contare su una terapia intensiva neonatale ben attrezzata. Tre incubatrici per i pazienti più gravi, la subintensiva per i ricoveri meno severi e due spazi per la kangaroo care, la terapia di contatto pelle-a-pelle tra mamme e bambino. In questa Nicu ogni anno si registrano circa 700 ricoveri, un numero enorme che parla di un problema estremamente diffuso. L’incidenza dei parti pretermine nell’Africa a sud del sahara è infatti circa il doppio rispetto all’Italia. La geografia, purtroppo, incide anche sulla mortalità: i dati dicono che oltre il 90% dei neonati estremamente prematuri (meno di 28 settimane) nati in paesi a basso reddito muore entro i primi giorni di vita, mentre nei paesi ad alto reddito la percentuale di mortalità è inferiore al 10% (Oms, 2023).

A contribuire, ci sono fattori nutrizionali, ambientali, infettivi e genetici ma un altro aspetto su cui è importante soffermarsi è l’importanza dell’accesso alle cure prenatali.

«La letteratura ci dimostra che se una donna segue con precisione e costanza gli appuntamenti di monitoraggio durante tutta la gravidanza, e se in questo viene seguita da un’ostetrica professionista che ne conosce la storia clinica, è possibile ridurre ampiamente il rischio di un parto pretermine» ha detto Martina Borellini.

Damalis, la mamma di Bakara, di rischi ne correva molti. Cinque gravidanze, cinque speranze, cinque attese che per lei sono state cinque perdite. Damalis soffre di una malformazione uterina che non le aveva mai permesso di portare a termine una gravidanza.

«L’utero bicorne è una condizione a cui si associa purtroppo un’altissima probabilità di complicanze ostetriche, prima fra tutte l’aborto. A causa della morfologia dell’utero, è infatti difficile che il feto riesca a crescere e svilupparsi appieno» Spiega Giulia Guerrini.

Nonostante le paure e i rischi, dopo oltre due mesi dal parto il piccolo Bakara ha lasciato l’ospedale di Tosamaganga. Un tempo fatto di cure attente da parte del personale sanitario e di estrema dedizione da parte della mamma.

«È difficile dire cosa abbia funzionato – dice Martina Borellini. Casi come quello di Bakara sono rarissimi. Probabilmente un insieme di fattori: l’età gestazionale del piccolo, il fatto di essere venuto al mondo in un ospedale ben attrezzato e poi la kangaroo terapia avviata sin dai primi istanti di vita».

Un finale inaspettato e sorprendente. Un lieto fine che, nella giornata mondiale del prematuro, ricorda a noi tutti l’importanza di promuovere l’accesso alla salute e garantire cure di qualità prima, durante e dopo un parto per il benessere di mamme e bambini.

 

 

In Sierra Leone, dove cresce il futuro della salute

Un progetto innovativo in Sierra Leone punta a colmare un grande vuoto nel sistema sanitario: la formazione di figure professionali qualificate e fondamentali per garantire il diritto alla salute. Il progetto S.K.I.L.L.E.D., promosso da Medici con l’Africa Cuamm in collaborazione con Cooperazione Italiana, coinvolge come partner l’Università di Makeni (UniMak), tra le più stimate del paese, e l’Università di Bologna come partner diretti, insieme al Dipartimento di Anestesia e Rianimazione del Connaught Hospital, alla Saint Mary’s Home of Charity e al Joseph Berton Technical and Vocational Institute, aprendo la strada a un modello formativo che vuole durare nel tempo e portare un cambiamento concreto.

«Per il Paese, è una grande novità questa collaborazione diretta tra università, ministero della salute e ministero del lavoro, con l’obiettivo di creare un’offerta mirata alla domanda di profili specializzati nel settore sanitario – spiega Maria Valla, capo progetto del Cuamm –. Finora lo avevamo fatto in altri paesi, ma qui rappresenta un passo importante, perché permette di costruire competenze solide e riconosciute a livello nazionale».

L’Università di Bologna contribuirà alla creazione di un corso di laurea per tecnici biomedicali: una figura oggi inesistente in Sierra Leone, dove la manutenzione delle apparecchiature mediche è spesso affidata a tecnici senza formazione specifica.

«L’obiettivo – spiega Maria – è dare vita a un percorso che unisca conoscenze ingegneristiche e mediche, e che possa essere replicato anche in altre università».

Il progetto, frutto di un dialogo con il Ministero della Salute locale per identificare le maggiori carenze professionali, prevede sei nuovi programmi formativi, di cui alcuni completamente inediti nel Paese: Tecnico di radiologia, Tecnico in autoclave, specializzato nella sterilizzazione degli strumenti chirurgici.

Accanto a questi, saranno potenziati i corsi per tecnici di laboratorio, analisi dei dati sanitari, per migliorare la digitalizzazione, fisioterapisti, e community health officer, queste ultime figure intermedie tra medico e infermiere.

In totale, 240 studenti beneficeranno dei corsi nell’arco dei tre anni di progetto, sostenuti anche da borse di studio per garantire l’accesso a giovani provenienti da tutto il Paese.

Nel mese di ottobre, il professor Stefano Severi dell’Università di Bologna ha visitato l’Università di Makeni per studiare nel dettaglio i singoli curricula da avviare e capire al meglio le necessità a cui si vuole rispondere.

«L’interesse mostrato dai partner accademici, in particolare dal professor Severi dell’Università di Bologna, è stato grande – conclude Maria –. Hanno compreso l’urgenza di rispondere ai bisogni reali del sistema sanitario e la determinazione di UniMak nel voler contribuire al cambiamento».

Tigray rinnovata la terapia intensiva neonatale di Shire

È stata inaugurata la scorsa settimana presso l’ospedale Suhul di Shire, alla presenza di rappresentanti del Tigray Regional Health Bureau (RHB), delle agenzie delle Nazioni Unite, delle autorità locali e cittadine, di altre organizzazioni partner e del team dell’ospedale.
Oggi il Suhul Hospital ha un volto nuovo: un reparto di neonatologia moderno e funzionale, dotato di strumenti essenziali per garantire assistenza ai neonati prematuri e in condizioni critiche. Gli spazi rinnovati permettono ora di lavorare in un ambiente più sicuro, pulito ed efficiente anche per medici e infermieri.

«Sono molto felice di essere qui oggi per questa inaugurazione», ha detto Ermias Guash, Direttore Generale dell’Ospedale Suhul. «Lo spazio che oggi ci viene consegnato ci riempie di gioia e ci ricorda la responsabilità che abbiamo nel prenderci cura dei nostri pazienti. Da oggi, con questi nuovi strumenti, potremo farlo nel modo migliore».

Questo importante risultato è stato possibile grazie alla collaborazione con il Tigray Health Bureau e le autorità sanitarie locali, e al sostegno finanziario della Cooperazione Italiana. Un intervento che contribuisce al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, in particolare al miglioramento della salute materno-infantile, che l’Etiopia sta perseguendo attraverso il rafforzamento e la diffusione dei servizi anche nei territori più periferici.

«Da anni il Cuamm si impegna a fornire supporto al sistema sanitario etiope e oggi, con il progetto Strengthening Neonatology in Ethiopia lo fa qui nella regione settentrionale del Tigray, a Shire e nelle aree circostanti. – ha detto Riccardo Lazzaro, Coordinatore Medico Cuamm. Attraverso un supporto finanziario di 29 milioni di birr, abbiamo contribuito in modo concreto al potenziamento dei servizi di terapia intensiva neonatale».

La sfida resta tuttavia enorme. Durante i due anni di conflitto, cessato solo nel novembre 2022, gran parte delle strutture sanitarie del Tigray sono state saccheggiate, vandalizzate o distrutte, con una grave carenza di personale e servizi.
La città di Shire, nella zona nord-occidentale, è stata tra le più colpite: oggi dei tre ospedali primari presenti, solo uno è pienamente funzionante. Anche per questo, l’ospedale generale di Suhul rappresenta un punto di riferimento essenziale per oltre due milioni di persone, in un’area che ospita anche circa 400.000 famiglie sfollate interne (dati IOM, giugno 2023).

«L’Ospedale di Suhul è il secondo più grande della regione sia per numero di servizi che di personale. Il traguardo che oggi festeggiamo deve essere un invito a continuare a fare il possibile per migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria», ha dichiarato il Dott. Simon Gebretsadik, Vice Direttore del Tigray Regional Health Bureau, sottolineando il valore delle collaborazioni e il bisogno di rinnovarle nel tempo.

Tra i servizi più richiesti ci sono proprio quelli materno-infantili: ogni giorno si registrano in media 17-20 parti, di cui circa 3 cesarei. Garantire cure adeguate significa quindi salvare vite e ridurre la mortalità neonatale. Con la ristrutturazione della neonatologia, l’ospedale può ora assistere bambini nati dopo le 32 settimane di gestazione e con peso superiore a 1.500 grammi, in linea con le direttive del Ministero della Salute.

«Grazie a questo intervento l’ospedale ha migliorato le procedure, aumentato l’accessibilità ai servizi e oggi è in grado di offrire cure moderne e di qualità» ha affermato il dottor Tewelede GebreSelasie, Direttore dell’ospedale Suhul.

la Nicu dell'ospedale Suhul con sistema di ossigeno a muro
la Nicu dell’ospedale Suhul con sistema di ossigeno a muro

 

Durante la cerimonia, anche il sindaco di Shire ha espresso gratitudine verso la società civile, il personale sanitario e tutti coloro che, nonostante le difficoltà, hanno continuato a garantire assistenza.
La cerimonia si è conclusa con la consegna, da parte dell’ospedale, di attestati di riconoscimento allo staff Cuamm, ad Aics e all’Ambasciata d’Italia in Etiopia prima di proseguire con una visita al laboratorio biomedico sostenuto dal progetto e ai lavori di ristrutturazione in corso nell’ospedale.

«La cooperazione italiana è in oggi in prima linea nel rafforzamento dell’ospedale di Suhul e delle strutture sanitarie circostanti. – ha detto Laura Miglierina, Aics. Voglio ringraziare tutti i partner e Cuamm per lo splendido lavoro di ristrutturazione compiuto. Insieme, continuiamo a lavorare per il miglioramento delle cure neonatali dell’ospedale».

La ristrutturazione della neonatologia rappresenta infatti la prima grande riqualificazione dell’ospedale nell’ambito del programma di rafforzamento del sistema sanitario in corso: un primo, fondamentale passo per migliorare le infrastrutture sanitarie della regione, rafforzare i servizi di salute materna e infantile e offrire cure dignitose e accessibili a tutta la popolazione.

Affrontare la crisi dei rifugiati a Gambella

Lungo la strada tra Moun e Gade, nel distretto di Wantawo, centinaia di persone camminano sotto il sole portando con sé il poco che possiedono. La maggior parte di loro sono rifugiati sud-sudanesi, da poco arrivati in Etiopia. Secondo le stime, tra le 50.000 e 70.000 persone sono fuggite negli ultimi mesi a causa del conflitto e della fame.

Li seguiamo mentre si dirigono verso Gade, dove è stato istituito un punto di registrazione. La registrazione è un passaggio essenziale per essere ricollocati nei campi e poter accedere ai servizi di base, tra cui l’assistenza sanitaria. Molti sono già stati trasferiti al campo di Loak Dong, mentre altri rimangono temporaneamente ospitati a Moun.

«In risposta al recente aumento di arrivi d’emergenza dal Sud Sudan, il CUAMM ha esteso le proprie attività verso nord-ovest, avviando un intervento d’urgenza nel distretto di Wantawo. In questo momento stiamo affrontando i bisogni più immediati a Gade e Moun e presto ci sposteremo al campo di Loak Dong. Fin dalle prime ore abbiamo lavorato fianco a fianco con le autorità sanitarie locali e i partner internazionali per garantire ai rifugiati un rapido accesso a servizi sanitari salvavita», spiega Luisa Gatta, Country Manager Cuamm.

Dal lunedì al sabato, due équipe sanitarie mobili del Camm si spostano tra Gade e Moun per fornire assistenza di base. Ogni squadra comprende ufficiali clinici, infermieri, un’ostetrica e un project officer, con il supporto di operatori comunitari — rifugiati sud-sudanesi a loro volta — che svolgono un ruolo fondamentale nel collegare la comunità ai servizi offerti.

Tra i servizi forniti ci sono le visite ambulatoriali, le cure pediatriche per i bambini sotto i cinque anni e l’assistenza prenatale per le donne in gravidanza. Nel solo primo giorno di attività, 250 persone, tra cui 80 bambini, hanno ricevuto cure dalle équipe del Cuamm. Poiché la maggior parte dei nuovi arrivati sono donne e bambini, la salute materna e il sostegno nutrizionale sono diventati priorità urgenti nella regione di Gambella.

«Portare i servizi sanitari dove ci sono i bisogni è fondamentale. Le persone in difficoltà non possono accedere alle cure in altro modo, semplicemente perché non possono permettersi il trasferimento fino all’ospedale di Gambella. Un viaggio in ambulanza costa 17.000 birr — più dello stipendio mensile di un pediatra, che è di circa 15.000 birr», aggiunge Luisa Gatta.

L’ospedale di riferimento della zona è il Nyinenyang Primary Hospital, che però manca delle infrastrutture più basilari: non c’è acqua corrente, né sala operatoria, né banca del sangue. L’ossigeno e il carburante per il generatore devono essere forniti dall’ospedale di Gambella, a circa quattro ore di distanza.

Non esiste inoltre un sistema formale di riferimento tra le due strutture: i pazienti devono pagare di tasca propria il trasporto — un costo proibitivo per la maggior parte delle famiglie arrivate senza nulla.

«Il divario tra risorse e bisogni continua ad allargarsi. È necessario creare nuove partnership e mobilitare un sostegno più ampio per garantire che nessuno resti indietro», sottolinea Giuseppe Valerio, Regional Partnership and Advocacy Manager di Cuamm.

Attualmente l’Etiopia ospita oltre 1,1 milioni di rifugiati, una delle popolazioni di rifugiati più numerose al mondo. Tuttavia, mentre i bisogni umanitari continuano a crescere, i finanziamenti internazionali hanno raggiunto livelli critici.

Nonostante gli sforzi costanti del Cuamm, i bisogni restano enormi. Sono urgentemente necessari più farmaci, forniture mediche e personale sanitario formato per rafforzare la risposta e migliorare la qualità dei servizi.

Mentre le équipe mobili del CUAMM garantiscono un accesso tempestivo alle cure primarie, il rafforzamento delle strutture sanitarie locali resta essenziale per assicurare qualità e continuità dell’assistenza.

Con l’Africa, per il futuro di tutti

«Questo riconoscimento è soprattutto per i tanti colleghi africani che, con pochissime risorse, tanta tenacia e resilienza, continuano a fare la propria parte per le loro comunità».

È con queste parole che don Dante Carraro, direttore di Medici con l’Africa Cuamm, ha accolto il conferimento del PhD Honoris Causa in “Health Science, Technology and Management” da parte della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, avvenuto questa mattina, 30 ottobre, nell’Aula Magna dell’ateneo. Un tributo al lavoro collettivo che, da 75 anni, il Cuamm porta avanti insieme a tanti partner, università, ospedali, operatori sanitari, italiani e africani, per rendere la salute un diritto accessibile a tutti. E che per questo, ci riempie di gratitudine.

Durante la cerimonia, il prof. Michele Emdin, coordinatore del Centro di ricerca interdisciplinare Health Science, ha sottolineato «l’impegno infaticabile in termini umani e sociali a favore e con l’Africa», a partire non solo dalla cura, ma anche dall’investimento nella formazione del personale sanitario locale e nell’attività scientifica, che ha portato negli anni a oltre 250 pubblicazioni, da parte del Cuamm, sui temi della salute materno-infantile, delle malattie infettive e tropicali, della nutrizione e della copertura sanitaria universale.

Ed è da questo impegno, dalla volontà di combinare la fatica con la passione, gli ostacoli con la resilienza, che deriva la motivazione ufficiale del conferimento, letta dalla prof.ssa Milena Vainieri, coordinatrice del PhD:

«Abbiamo conferito il titolo – ha spiegato Vainieri – perché don Dante ha saputo unire la competenza scientifica all’impegno umano, lavorando fianco a fianco con le popolazioni e gli operatori sanitari locali. Ha applicato con rigore il metodo scientifico, sviluppando soluzioni sostenibili e innovative per garantire i migliori esiti, promuovendo la ricerca e la formazione di professionisti africani e italiani. È questo lo spirito del Cuamm, ed è questo il motivo del riconoscimento».

Uno spirito raccontato con profonda partecipazione emotiva dalla Laudatio del prof. Alberto Mantovani, presidente della Fondazione Humanitas per la Ricerca:

«Fare oggi questa laudatio di don Dante significa farla per Medici con l’Africa Cuamm, la più antica organizzazione italiana di sostegno ai Paesi africani. Voglio sottolineare quella piccola, grande preposizione semplice, con: scegliere di essere con i più fragili, scegliere di restare anche quando sarebbe logico ritirarsi. Perché ‘con’ vuol dire fare ricerca insieme, imparare dai giovani africani, dal loro entusiasmo e dalle domande che pongono. Vuol dire che oggi, insieme a don Dante, salgono sul palco tutti coloro che camminano con lui e con il Cuamm, italiani e africani, che sono la nostra speranza comune».

È lo stile che il Rettore, il prof. Nicola Vitiello, si augura possa essere trasmesso a tanti altri giovani dottorandi e dottorande:

«Ho conosciuto don Dante dai suoi scritti e ho sentito tante ragioni per conferirgli questo titolo. È l’esempio migliore per i nostri dottorandi: vogliamo scienziati che spingano oltre la conoscenza, ma anche persone che portino valori positivi, che vogliano davvero cambiare il mondo. Per questo, a nome della Scuola, gli conferisco il titolo di dottore di ricerca».

A conclusione della cerimonia, nella sua Lectio Magistralis, don Dante Carraro ha voluto mettere l’accento sulla strada che ha condotto il Cuamm a questo Dottorato: la ricerca. Fin dal titolo “Ricerca operativa e innovazione frugale: con l’Africa, per il futuro di tutti”, ha voluto spiegare come la ricerca, per il Cuamm, non sia mai stata un esercizio accademico, ma uno strumento di giustizia. Un modo di lavorare che nasce dalla curiosità e dall’urgenza di trovare risposte ai bisogni reali, costruendo conoscenza insieme alle comunità e alle istituzioni locali.

«Qualcuno dice che la medicina dei Paesi poveri è una medicina povera e che non valga la pena investire. Noi diciamo il contrario – ha sottolineato don Dante  –. Proprio perché le risorse sono poche, serve ancora più studio, più intelligenza, più collaborazione. Quasi tutti i nostri articoli scientifici contano fra gli autori medici e professionisti africani, per il Cuamm è un aspetto fondamentale e si incarna anche nel senso della frugal research, un’innovazione che nasce dall’essenzialità e dal desiderio di non arrendersi. Sono orgoglioso e riconoscente di dire che crediamo nel futuro dell’Africa. Un futuro che ha voglia di crescere».

Restare dove il bisogno c’è

Comunità sfollate e ospitanti, colpite dal conflitto e dai disastri naturali nella regione del Tigray, in Etiopia. Sono loro al centro di un intervento che, a partire da maggio 2024, ha interessato il distretto di Shire Indasilasse, nel nord ovest del Tigray. È il progetto “Ripristino di servizi essenziali di salute, nutrizione e di assistenza alimentare a Shire in Tigray”, finanziato dalla Cooperazione italiana, che Medici con l’Africa Cuamm implementa insieme al Vis e che si avvia verso la sua conclusione. Sei, le strutture sanitarie coinvolte, nello specifico l’Ospedale Generale Suhul di Shire, l’Indagabuna Primary Hospital, e quattro centri di salute dell’area (Five Angels, Umer Health, Alganesh, St. Agustina).

Da maggio 2024 ad agosto 2025, 31,105 persone hanno avuto accesso ai servizi sanitari e nutrizionali essenziali, incluso il supporto alla salute mentale. 9,657 i parti assistiti da personale qualificato, con una media di 805 al mese; 4,920 i bambini sotto i 5 anni che hanno avuto accesso e supporto durante il trattamento per la malnutrizione acuta, moderata e severa.

Un’attenzione specifica poi è stata dedicata alle donne e alle adolescenti che, particolarmente nei contesti molto fragili e instabili come il Tigray, sono esposte a una doppia vulnerabilità sia a causa di disuguaglianze preesistenti sia perché più soggette alla violenza di genere, alla mancanza di accesso all’istruzione e alle difficoltà economiche. Perciò, l’intervento ha promosso la sensibilizzazione rispetto ai servizi di salute sessuale e riproduttiva e il miglioramento degli stessi, la creazione e rafforzamento dei sistemi di prevenzione e risposta alla violenza di genere e all’abuso e sfruttamento sessuale (PSEAH) e servizi comprensivi e gender-sensitive di salute mentale (MHPSS). Sono state 2,084 le donne, adolescenti e giovani madri che hanno avuto accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva presso l’Ospedale Suhul; 600, di cui 102 sotto i 18 anni di età, a ricevere i kit per l’igiene mestruale; 1,216, le donne di età compresa tra i 15 e i 49 anni che, avendo subito violenza di genere, hanno ricevuto servizi dedicati nelle strutture sanitarie.

La qualità delle cure non può prescindere dalla formazione delle competenze e dal potenziamento delle capacità del personale locale. Perciò, attraverso il progetto, sono stati formati 207 operatori su diversi ambiti: assistenza ostetrica e neonatale di base in situazioni di emergenza, gestione delle emergenze sanitarie pubbliche, gestione dei casi di violenza di genere, sistema di gestione delle informazioni sanitarie, e sistema logistico integrato per prodotti farmaceutici. È stata favorito e consolidato poi il coinvolgimento degli operatori di salute comunitaria, gli Health Extension Workers (HEWs), e dei leader di villaggio, fondamentali per avvicinare i servizi alle comunità.

Con l’obiettivo di rafforzare complessivamente il sistema sanitario e dare supporto alle autorità locali,  si è investito nel potenziamento dei servizi di emergenza – urgenza, con focus sulle emergenze ostetriche, pediatriche e neonatali. Allo stesso tempo, sono state promosse campagne di sensibilizzazione sulla donazione di sangue nell’ottica di garantire piena operatività e funzionalità della Banca del sangue di Axum e dell’ospedale Suhul.

Infine, l’intervento si è concentrato sul ripristino e miglioramento dell’accessibilità, funzionalità e qualità  delle strutture sanitarie, così come sul rafforzamento del sistema di acqua, igiene e sanificazione (WASH) e il sistema di smaltimento dei rifiuti. In particolare all’ Ospaedale Suhul, sono stati introdotti dei miglioramenti infrastrutturali volti a creare un ambiente più inclusivo, accogliente ed efficiente per i pazienti e il personale. Si mira a garantire la disponibilità continuativa di risorse essenziali, come farmaci, attrezzature e materiali di consumo, favorendo un sistema di manutenzione e gestione sostenibile, e di carburante per il generatore di energia elettrica.

Un intervento che si avvia alla conclusione ma i cui risultati e progressi mirano a consolidarsi ulteriormente con il nuovo progetto appena partito, sempre supportato dalla Cooperazione italiana: “REACT: Risposta Umanitaria Integrata alla Crisi del Tigray”. Perché è dove continua ad esserci bisogno di supporto, che Medici con l’Africa Cuamm resta.

Il Mozambico in rosa per la salute femminile

“Proteggere le donne è proteggere il futuro: prevenire oggi, per salvare vite domani!”

Lo slogan dell’ottobre rosa in Mozambico ha risuonato da Beira a Quelimane in un fine settimana dedicato alla sensibilizzazione per il cancro al seno e al collo dell’utero. I nostri team sul campo, hanno collaborato con autorità locali e partner per due giornate ricche di attività. Un modo per riunire la cittadinanza, educare ai temi della prevenzione e offrire screening gratuiti a donne e giovani ragazze.

A Quelimane, nella provincia di Zambézia, il Dipartimento Provinciale della Salute ha organizzato un momento di confronto nell’Università di Licungo, dove partecipanti – tra cui studenti, docenti e professionisti sanitari – hanno discusso fattori di rischio, segnali d’allarme, prevenzione e percorsi di cura.

All’evento hanno partecipato rappresentanti di alto livello, tra cui la moglie del governatore della provincia e del distretto, dirigenti universitari e autorità sanitarie locali. Nel corso della giornata, grazie al coinvolgimento di esperti sanitari, sono stati offerti momenti di educazione e sensibilizzazione in cui è stata sottolineata l’importanza della prevenzione come responsabilità collettiva.

A Beira, una marea rosa ha invaso le strade della città. Donne e uomini hanno infatti camminato insieme verso la fiera di salute. Uno spazio dedicato interamente al benessere: sessioni di aerobica, screening gratuiti, spettacoli teatrali e dialoghi comunitari hanno coinvolto l’intera cittadinanza.

L’ottobre rosa è un momento di sensibilizzazione che vuole sottolineare l’importanza della prevenzione e della diagnosi per una guarigione completa. Sensibilizzando sui fattori di rischio, incoraggiando controlli regolari come le mammografie e promuovendo un dialogo aperto che abbatta paure e stigmi, possiamo aiutare ogni donna a prendersi cura della propria salute. Questi sforzi diventano particolarmente essenziali nei contesti più vulnerabili e con risorse limitate, dove l’accesso tempestivo alle cure può fare la differenza per molte donne.

Le attività realizzate in occasione del mese della prevenzione sono parte del progetto sulle malattie non trasmissibili (NCDs) che stiamo realizzando in partenariato con Aifo e Acap – Sant’Egidio, con il supporto dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS).

È infatti proprio la prevenzione il fulcro di questa nuova iniziativa, che si pone in continuità con l’esperienza precedente, realizzata sempre con il supporto di AICS. L’obiettivo è ora quello di consolidare i progressi ottenuti, ampliando l’impatto nelle province di Maputo, Sofala e Zambézia. L’intervento punta a rafforzare la risposta del sistema sanitario mozambicano alle malattie non trasmissibili – come ipertensione, diabete e cancro alla cervice – principali cause di morbilità, disabilità e mortalità nel Paese.

L’ impegno coinvolge oggi 20 unità sanitarie, di cui 14 già beneficiarie della precedente fase a cui se ne sono aggiunte 6, oltre a tre ospedali che servono da strutture di riferimento per la gestione dei casi più complessi. Le attività si concentrano sul miglioramento dell’accesso a servizi di prevenzione, diagnosi e cura di qualità, potenziando le risorse umane e materiali, riducendo le barriere architettoniche e garantendo la continuità delle cure. Allo stesso tempo, il progetto intende rafforzare la capacità del Ministero della Salute del Mozambico (MISAU) nella sorveglianza epidemiologica e nel monitoraggio delle NCDs, contribuendo a migliorare la raccolta e l’uso dei dati per orientare le politiche sanitarie nazionali.

Beira Le fasi di un sogno

«All’inizio sentivo di voler fare di tutto, come se avessi paura di lasciarmi sfuggire qualcosa dalle mani».

L’arrivo a Beira, nel buio della notte, il sorriso dei tutor ad accoglierlo, e poi la mattina dopo, le strade brulicanti di donne e bambini: per Raimondo Castaldo, Jpo a Beira, i primi giorni sono stati dominati da una sensazione di meraviglia. Per i giovani specializzandi che ogni anno partono con il Cuamm, diventare Junior Project Officer significa vivere per alcuni mesi dentro un ospedale africano, lavorando fianco a fianco con colleghi locali, affrontando limiti e scoperte quotidiane. È un’esperienza formativa, ma anche profondamente umana, che lascia il segno in chi la vive.

«Con i ragazzi che hanno fatto la mia stessa esperienza — racconta — diciamo spesso che ci sembra di aver vissuto un sogno e di esserci poi risvegliati all’improvviso. È stata un’esperienza straordinaria, e la distanza e il tempo passato dal ritorno amplificano ancora di più questa sensazione».

Il primo impatto con il Berçario, la neonatologia dell’ospedale, è rimasto impresso nella memoria:

«C’era un odore fortissimo, il rumore costante delle macchine, dei ventilatori, delle pompe che suonavano, degli allarmi a volte ignorati. Abituato ai silenzi degli ospedali italiani, mi sono ritrovato in un rumore di fondo continuo, intenso».

Entrando nel vivo dell’esperienza, la meraviglia e lo spaesamento lasciano spazio a molte altre sfumature, tra le quali durezza del quotidiano. «A fine turno tornavamo a casa provati dall’intensità delle giornate, quasi pietrificati dalle situazioni che ci trovavamo ad affrontare», racconta Raimondo. È in questi momenti che il lavoro accanto ai colleghi locali diventa il dono più grande. Raimondo racconta l’episodio di una comunicazione difficile, condivisa con una collega mozambicana:

«Dovevo dire a una madre che il suo neonato non ce l’aveva fatta. L’ho fatto insieme a lei. Usciti dalla stanza, era commossa. Nemmeno per me è naturale dirlo, anche se ci sono abituata’. Mi ha colpito la loro forza, il loro non arrendersi mai, anche di fronte a una realtà che per loro non finisce dopo sei mesi ma dura una vita».

Col passare dei mesi, grazie alle tante storie di luce e al lavoro di squadra, si raggiunge una nuova fase: quella della serenità.

«La smania di voler fare tutto è stata sostituita dalla tranquillità. Mi sentivo a casa. Il Mozambico mi ha un po’ guarito. Impari che salutare con un sorriso, entrare in reparto con leggerezza, sono gesti fondamentali. Creano un rapporto umano prima ancora che professionale».

Una mattina, racconta, lascia un termometro a una mamma per misurare la temperatura del figlio. Il giorno dopo, lei gli mostra il muro su cui ha segnato tutte le rilevazioni. «Aveva preso così sul serio quella responsabilità da misurare anche la temperatura degli altri bambini per riferirmele».

Incontri, volti, voci che rimangono nel cuore e che accompagnano il momento del ritorno, per Raimondo quello più difficile.

«Non volevo tornare, non mi sentivo pronto. Addirittura, ho posticipato il rientro di qualche settimana. A chi partirà, direi di non farsi raccontare troppo delle esperienze degli altri. Andate e basta, senza aspettative. È un percorso che ti dà qualcosa di diverso a seconda di chi sei, del momento che vivi. Ciò che è certo è che trasforma lo sguardo».

Il lungo cammino verso la guarigione

Quando il nostro team l’ha visitata, la circonferenza del suo braccio misurava appena 11 centimetri. Amaira ha quattro anni, ma pesava nove chili: le misure di un bambino di un anno. Le sue condizioni erano allarmanti e il personale sanitario l’ha indirizzata subito al centro di salute più vicino, a Mlali, dove sono disponibili trattamenti nutrizionali.

Ma Mlali si trova a trenta chilometri di distanza. La nonna di Amaira — l’unica a occuparsi di lei, senza alcuna fonte di reddito — non poteva permettersi il trasporto. Eppure sapeva che quel viaggio poteva salvare la vita della nipote. Così, con Amaira legata sulla schiena, ha affrontato l’intero tragitto a piedi fino al centro di salute, determinata a garantirle le cure di cui aveva disperatamente bisogno.

Alla struttura, Amaira è stata inserita nel programma di trattamento terapeutico ambulatoriale (OTC) e le è stato prescritto il Plumpy’Nut, un alimento terapeutico pronto all’uso, fondamentale per il recupero dalla malnutrizione grave. Dopo appena una settimana, sono arrivati i primi segni di miglioramento: l’appetito è tornato, il peso ha iniziato a salire, e insieme a esso la sua energia.

Quando le sue condizioni si sono stabilizzate, Amaira è potuta tornare a casa. Ma la terapia prevedeva controlli settimanali e la distribuzione regolare del Plumpy’Nut: un viaggio di andata e ritorno di quasi sessanta chilometri, che la nonna poteva coprire solo a piedi. Così, con il tempo, alcune visite sono saltate e il trattamento si è interrotto.

Per evitare che la bambina abbandonasse le cure, il personale del centro di Mlali ha collaborato con gli operatori sanitari di comunità, il dispensario di Tubugwe Juu e le autorità del villaggio. Insieme hanno organizzato un sistema di monitoraggio settimanale e garantito che il Plumpy’Nut fosse distribuito localmente da un operatore sanitario presente a Tubugwe Juu. Grazie a questa rete di collaborazione, Amaira ha potuto riprendere il trattamento.

Con la determinazione della nonna e l’impegno del personale sanitario, Amaira è guarita completamente dalla malnutrizione e oggi è una bambina sana e vivace. Un risultato reso possibile grazie al supporto della Cooperazione Italiana e Fondazione Zanetti.

La sua storia è una testimonianza della forza delle soluzioni sanitarie radicate nelle comunità e dell’importanza di rendere accessibili a tutti i servizi salva-vita. Con un’integrazione più stretta tra strutture sanitarie e reti locali, più bambini come Amaira potranno sopravvivere, guarire e crescere forti.

“Mani pulite, Vite salvate”

Quando e perché dobbiamo lavarci le mani? Quale prodotto è raccomandato per un lavaggio adeguato? Perché si dice che il lavaggio delle mani è “la protezione delle comunità”?

Sono solo alcune delle domande del quiz a cui hanno risposto mamme, papà e familiari dei bambini ricoverati al Complexe Hospitalier Universitaire Pédiatrique di Bangui (Chupb), in Repubblica Centrafricana, in occasione della giornata mondiale del lavaggio delle mani, lo scorso 15 ottobre. In palio, come premio per le risposte corrette, un dispositivo per il lavaggio delle mani in metallo, secchi di plastica da 20 litri, una bacinella da 10 litri e sapone.
“Per la prima volta sono venuta a conoscenza del fatto che l’igiene delle mani è il miglior mezzo di prevenzione contro le infezioni. Questa nuova consapevolezza è molto importante per il benessere della nostra famiglia e, soprattutto, dei nostri figli”, racconta Diane, una delle mamme partecipanti alle attività. “D’ora in poi dirò anche a chi mi circonda quanto sia fondamentale lavarsi le mani con acqua pulita e sapone, prima e dopo aver mangiato, prima di allattare, dopo aver cambiato il pannolino dei bambini”. “Solo se conosci e capisci l’importanza di lavarsi le mani, allora sarai in grado di metterla in pratica e di trasmetterla anche agli altri”, ha aggiunto Walter, il papà di uno dei bimbi ricoverati.

Il lavaggio delle mani è una pratica semplice, apparentemente banale ma che può salvare letteralmente la vita, in particolare in contesti fragili come la Repubblica Centrafricana e in ambienti critici come gli ospedali. Come indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità, il lavaggio delle mani è lo strumento più efficace per ridurre la diffusione di patogeni e prevenire la trasmissione delle infezioni, riducendo drasticamente il rischio di infezioni respiratorie e intestinali, che sono tra le principali cause di mortalità infantile. Nei contesti a risorse limitate però, si devono inevitabilmente fare i conti con la difficoltà di accesso ad acqua e sapone, con la mancanza di servizi igienici adeguati, con la scarsa consapevolezza o la scorretta esecuzione delle buone pratiche.

È per questo che a Bangui, nell’ambito del progetto “Sostegno all’assistenza pediatrica e nutrizionale, alla resilienza e alla governance del Chupb”, finanziato dall’Unione Europea e implementato insieme ad Azione contro la fame (ACF), si è deciso di organizzare specifiche attività di sensibilizzazione, con dimostrazioni pratiche e video, per informare e promuovere attivamente le buone pratiche igieniche, a partire proprio dalla più semplice. Anche il personale dell’ospedale è stato convolto attivamente, in quanto il rispetto delle pratiche igieniche è fondamentale per garantire la sicurezza dei pazienti e la qualità dell’assistenza. A tutti gli operatori, sono stati distribuiti 400 flaconi di soluzione idroalcolica per l’igienizzazione delle mani.

L’igiene delle mani è un atto di cura, un gesto che protegge noi e chi ci sta intorno.